"...una stagione dell'esistenza, un patrimonio collettivo da ripercorrere, un ricordo depositato"


questo è un luogo dove si raccolgono le sensazioni suscitate dai dischi, dalla loro ricerca, al loro possesso, ai ricordi che evocano

non vogliamo parlare dei dischi, ma delle emozioni che ci hanno dato

giovedì 28 giugno 2007

SLEEPY JACKSON

Personality: One Was A Spider One Was A Bird (2006)
Mi sembra di vederlo… il pasticciere, col suo camice bianco.. immacolato… che lavora la sua torta nuziale con rara maestria… “Personality” è una di quelle enormi torte a piani… è bianca, piena di fregi, merletti,fiori di marzapane…
Luke Steel lavora la glassa delle melodie come pochi…la stende col suo coltello bagnato nell’ego smisurato che lo contraddistingue… basti pensare al doppio che c’è in copertina!!
Ci appaga, ci fa scoccare il palato…a volte un po’ nauseabondo, anche per i più golosi…ma un esteta non può che apprezzare la pulizia, la perfezione, seppure al limite del barocco.
Quando ho sentito i ritocchi argentati, i coretti…non ho potuto non pensare a quanto possa essere godurioso lavorare ad una simile delizia, di quelle che pagano tutti i sensi.
Niente di rustico, di improvvisato, nessuna sbavatura: questa è alta pasticceria!
Luke volteggia attorno alla sua creazione…un megalomane del gusto, un fanatico della forma, dell’apparire.
“How was I supposed to know” chiude…è il momento finale, il pasticciere ripone la frusta, i coltelli, le spatole…pulisce il suo banco d’acciaio, sorride a se stesso, immaginandoci sfiniti di piacere e già pronto per la prossima lezione di stile.
(Cince, 24.06.2007)

martedì 19 giugno 2007

BEN HARPER

Welcome To The Cruel World (1994, Virgin)
Stop: l'ultima traccia è passata ed insieme si è chiusa quella linea di contatto con la propria anima fatta di emozioni e sentimenti, incredibile che delle semplici note abbinate a parole ti possano accompagnare in un viaggio introspettivo.
Ma la musica, come tutto del resto, ha una fine e quando questa ti travolge eccoti qua proiettato nella realtà con qualcuno che ti sussurra Welcome To The Cruel World.
Questo disco è un'anticamera alla realtà e quello che trovo strepitoso è l'energia che ti trasmette per poter affrontare il Cruel World che ci circonda.
Muttley(Muttley, 18.06.2007)

mercoledì 13 giugno 2007

THE SMITHS

The Queen Is Dead (1986)
Non voglio ripetere cose già dette e ridette né tantomeno entrare nel merito di discorsi tecnici su questo disco (i testi blabla, morrissey bla, la chitarra di marr blabla) non aggiungerei nulla di nuovo e non ho neanche le competenze per farlo …ma voglio solo fare la mia piccola parte.
Tutti i giorni prendiamo e lasciamo qualcosa, anche dalle più insignificanti situazioni, siamo il frutto dell’interazione del nostro Dna con l’ambiente esterno, la nostra coscienza cambia ogni centesimo di secondo e non è mai come prima per quanto ciò sia spesso inavvertibile a noi stessi…ma capita ogni tanto che qualcosa sconquassa, plasma e allora riesci ad apprezzare la tua anima che si contorce, che urla che non riconosce più il tuo essere come è stato fino a quel momento e ti senti nuovo, magari inadeguato, ma splendidamente rinnovato, come trovare al buio un piccolo interruttore, lo premi ed ecco comparire la stanza dei bottoni.
Può un disco fare tanto?
Forse si.
(Tetokawa 13.06.2007)

martedì 12 giugno 2007

domenica 10 giugno 2007

JEFF BUCKLEY

So Real - Songs from Jeff Buckley (2007)
V A F F A N C U L O.
Esatto,
V-A-F-F-A-N-C-U-L-O.
Scusate il recente presenzialismo, ma ho avuto un moto di stizza e rabbia talmente immediato e virulento quando ho visto in negozio questo cd che ho sentito di doverlo dire a qualcuno, e la vostra - la nostra - è sicuramente la platea più adatta che conosca allo scopo.
Sia chiaro, niente di nuovo sotto il sole: i dischi postumi sono una pessima consuetudine dell'industria discografica, rare volte hanno fatto conoscere qualche gemma musicale che l'artista scomparso avrebbe forse deciso di pubblicare (ma che forse non avrebbe mai fatto uscire in uno stato appena abbozzato...), e molto più spesso sono state schifose speculazioni per far fruttare quattrini da un nome che ormai dalla sua nuova residenza non potrà più porre alcun veto.
Tutto già detto e risaputo.
Però far l'abitudine alla puzza di marcio è lasciare la porta di casa aperta così che qualsiasi monnezzaro (scusate lo slang delle origini) si senta in diritto di scaricarci dentro anche le sue porcherie, è queto che vi invito a non permettere che si faccia.Jeff Buckley con un pugno di canzoni è diventato leggenda per le sue incredibili qualità vocali e di interprete, e per le sue canzoni che in certi casi a mio parere toccano quei vertici di perfezione assoluta cui pochi altri sono riusciti ad arrivare nella musica, prescindendo dai generi.
In DoktorP chi vuole trova appassionate scrittura e analisi su lui e le sue opere da cui ne emerge la grandezza, riconosciuta indistintamente da tutti, la sua capacità propria degli eletti di stordire l'ascoltatore di emozioni fortissime.
L'uscita dell'ennesima raccolta che si permette(!!!!!!) di fare una selezione dei brani di "Grace", che ci ficca dentro un paio di inediti (n.b.: che escono uno qui uno là, NON TUTTI INSIEME come ci si aspetterebbe se l'esigenza fosse quella di "...non tenere chiuse nel cassetto queste meraviglie, Jeff avrebbe voluto così..." ) giusto per agganciare qualche nuovo ascoltatore sfruttando l'esposizione pubblicitaria che si dà al "nuovo", è un'operazione vomitevole.
Chi non conosce Buckley ne ascolti i pochi album ufficiali, e resista alla tentazione degli inediti; personalmente, anche se così facendo mi perdessi la sua canzone più bella, sarò una briciola più contento di me stesso: chi l'ha detto che un sorriso, un attimo di felicità non si possa raggiungere anche con una rinuncia?...
(LaRoma, 10/6/2007)

mercoledì 6 giugno 2007

AREA

Arbeit Macht Frei (1973, Cramps)
Bene, facciamolo. Volevi sensazioni, pelle che scotta, ulcerazioni? Le mie arrivano.
Torno da lavoro alienante, nessuno con cui rapportarmi lungo ugual lunghezza d'onda, viaggiare in macchina musica a balla per sentirmi vivo e migliore del giorno che andrò ad affrontare, sgolandomi sul mio pentagramma che forse (speranze dure a crepare) nessuno si inietterà mai, ma che è la mia vera carta d'identità: chissà se qualcuno ci avrà mai pensato, la "verità" disponibile in sensazioni marchiate dentro e insieme esposte al pubblico, e non racchiusa in dati anagrafici che appiattiscono, negano un ruolo all'empatia, all'improvvisazione, allo sforzo interpretativo e conoscitivo dell'altro di fronte a noi.
Ok. Sto viaggiando contro me stesso "in aiuto" chimicalcoolico, resistere resistere resistere, l'aderenza alla "realtà" si alleggerisce, lascia interstizi dove la serpe mentale del ragionamento critico striscia, sguscia, si insinua.
Per assecondare il viaggio come sempre c'è musica, ma non la sto ascoltando: sono IMMEDESIMATO.
AREA. "Arbeit macht frei", 1973 (!, un punto perchè potrei metterne altri cento, e cosa cambierebbe?).
ENERGIA, creatività, fantasia, dinamismo, ritmo le prime parole.
E poi quelle più scontate sui virtuosismi - secondo alcuni un pò fini a sè stessi, a me non pare - di Stratos/Tofani/Fariselli/Capiozzo/Djivas poi Tavolazzi, e compagnia collaborante.
Serbo di questo momento di verità della mia vita (reso tale anche e non secondariamente dalla scoperta di questo album, e dal seguente "Crac", soprattutto; ma anche da episodi successivi forse nell'insieme meno fulgidi) alcune istantanee DoktorP-collegate: la figura ferroviaria mattutina di Lillo L., il fratello maggiore che divulga e ne sa sempre più di te, a cui hai timore reverenziale di rivolgerti. Stima e gratitudine, senza piaggeria.
Calone per il confronto dissuasivo sulle sostanze e l'aiuto bonario. Dimenticavo: e per l'entusiasmo malcelato e "muffato" dovuto ad ascolti precolombiani di pezzi cui io colpevolmente arrivo solo ora, e che lui sconsiglia per i deboli di pelo e per chi si può illudere "tout court".
Vincenzo, il mio nuovo tatuatore, scelta di un dolore ragionato e finalmente condivisibile.
Elena, un cuore.
Per favore, ascolti chi già non l'ha fatto "Consapevolezza", "Arbeit macht frei", "Luglio, agosto, Settembre (Nero)", e il resto... e poi cercatevi "Gioia e rivoluzione", "Giro, giro tondo", "La mela di Odessa", "L'elefante bianco", e...se scoprite di averne con questa fantasmagoria musicale, lasciate fare alla vostra sintonia interiore.
Io ho scoperto un hammam, è la mia dissolvenza attuale.
Saluti.
(Deliri (?) della Roma).
(LaRoma 6/6/2007)

domenica 3 giugno 2007

Wild Billy Childish and the Musicians of the British Empire

Punk rock at the British Legion Hall (2007, Damaged Records / Goodfellas)
Non so dirvi se questo sia un disco di gran valore assoluto o meno.
Di certo mi ha fatto accendere quella lampadina, drizzare quelle antenne che con la musica che ormai si sente nei luoghi pubblici in Italia restano spesso ripiegate, e così sono costrette a ricorrere a ricordi del passato per trovare quell'entusiasmo che la musica al pari di altre forme d'arte, quando viene da talento e urgenza comunicativa anzichè da pianificazione e clichè modaioli, sa generare...almeno in chi la sente vivere e ne vive.
Sono in pausa pranzo in un "centro multimediale" milanese, reparto cd, vedo tra le novità questa copertina intrigante, provo ad ascoltarlo...pezzo d'apertura, assolutamente coinvolgente, e il bello è che l'effetto è ottenuto con i soliti vecchi 4 accordi di pop-punk all'inglese, un suono sporco, basso chitarra e batteria che formula più scontata non si potrebbe, eppure... tiene a' cazzimma!!!
Proseguo e l'entusiasmo resta immutato, adoro la traccia 4, il blues della 5 alla Jon Spencer o giù di lì, i suoni talvolta da garage band, talvolta proto punk, e arrivo alla fine senza stanchezza. chiedo a Hoobik con un sms se ne ha mai sentito parlare e mi dice di esserne entusiasta, che Billy Childish è sulla breccia da una vita e non ha mai sbagliato un disco per quanto gli consta...
Ok, acquisto, piazzo nel lettore in auto e...a distanza di parecchi ascolti resiste imperterrito!!! Per me, se amte suoni sixties e il resto che ho già detto, caldamente consigliato, specie di questi tempi.
Grande Billy!
(LaRoma, 3.06.2007)

sabato 26 maggio 2007

GOMEZ

How We Operate (2006)
Le 6.30, il treno parte verso Milano, come ogni mattina da quasi vent’anni.
Nelle orecchie (ah….l’I-Pod che invenzione per noi pendolari,,,) l’ultimo cd dei Gomez.
Guardo fuori: si susseguono le case e le risaie, i campi e le stazioni; chiudo gli occhi e si susseguono le emozioni.
Musica melodica, ma non ruffiana, leggera ma affascinante, pop nel senso migliore del termine.
Rimandi al country americano per questo gruppo inglese che cura gli arrangiamenti come fosse l’opera di un artigiano senza per questo appesantire la musica, anzi.
Immagini agresti e malinconia, colonna sonora ideale per un viaggio sempre uguale a se stesso, come se la musica entrasse dai finestrini e riempisse di gioia la carrozza.
Ed allora se guardo fuori vedo un mondo diverso.
Milano, stazione di Rogoredo, scendo in metrò ed il sogno è finito….a domani.
(Lillo Lydon, 26.05.2007)

domenica 20 maggio 2007

SCREAMING TREES

Buzz Factory (1989, SST)
Ultimo album per la SST.
Ultimo album del decennio.
Il loro ultimo album Hard Rock?
Ricordi di frammenti live dal Bloom, al Rolling Stone, a Villa Arconati (almeno credo); sinceramente non ricordo distintamente.
Il tutto si impasta nella mia memoria così come il loro suono, ma non importa.
Sicuramente Lanegan era aggrappato-immobile al suo microfono al centro del palco mentre i due esili fratelli Conner e Mark Pickerel facevano tremare tutto così come il loro suono.
Le loro canzoni più belle forse sono su Sweet Oblivion (Nearly Lost You, Dollar Bill e Shadow Of The Season).
Ma questo non vuol dire nulla.
(Hoobik, 20.05.2007)

FUGAZI

Red Medicine (1995, Dischord)
Ok, non è Rereater,
ma non è neanche il 1990.
Il gruppo che ha inventato il post-rock; cosa vuol dire non lo sò, ma l'approfondimento tecnico di questo disco è per me ostico, come può essere così tecnico ed allo stesso tempo così immediato?
Tre pezzi su tutti:
Do you like me - fatta di pennate laceranti che pian piano ti invadono
Forensic scene - dalle incredibili melodie
Long distance runner - per chiudere l'album, ma per aprire un nuovo futuro.
(Hoobik, 20.05.2007)

MUDHONEY

Touch Me I'm Sick/Sweet Young Thing Ain't Sweet No More (7" - 1988, SubPop)
Mi sono visto entrare ed uscire da infiniti negozi di dischi, fiere del disco, bancarelle dell'usato, magazzini di dischi forati etc etc.. tutto questo spendendo un capitale, dato che praticavo lo sport più criticato dai miei idoli: il consumismo.
Mi sono visto girarmi e rigirarmi questo disco tra le mani, pregustando ciò che mi aspettava appena arrivato a casa, la promessa che stavolta avrei spaccato tutto saltando sul letto come uno sfigato adolescente qualsiasi.
Mi sono visto precipitarmi a casa.
Mi sono visto estrarre il disco con questi solchi neri rilucenti.
Mi sono visto ipnotizzato dall'etichetta lì nel centro come se quelle scarse note potessero darmi la forza per affrontare questo enorme passo verso l'ignoto.
Mi sono visto mentre metto il disco sul piatto; per un secondo il nulla poi il momento della verità, la puntina nel solco e finalmente......
(Hoobik, 20.05.2007)

sabato 19 maggio 2007

POLLY PAULUSMA

Fingers & Thumbs (2007, One Little Indian)
Quando l’attesa ti consuma e non vedi l’ora che arrivi il momento, ma le ore non passano mai, quasi che il tempo apposta si sia fermato.
Quando finisce un amore e sei certo che non riuscirai a stare senza, e ti domandi il perché sia potuto accadere ma non trovi risposte adatte.
Quando un insuccesso ti fa crollare il mondo addosso, nudo di fronte al giudizio degli altri, anche se in cuor tuo sai di avere la coscienza a posto e di aver fatto quello che dovevi.
Quando una persona cara ti viene a mancare e capisci che la vita di ognuno di noi è appesa ad un sottilissimo filo che un niente può spezzare, finti onnipotenti in questa società di arrivisti e leccaculo.
Quando vedi con i tuoi occhi le ingiustizie ed i soprusi, la fame e la povertà, e ti domandi come possa l’uomo essere così crudele, negare il diritto di vivere con dignità in nome del denaro e del potere.
Quando accendi il televisore e capisci di vivere in una società drogata, costruita sulla menzogna, e tutto è in mano a pochi avvoltoi che si contendono gli ultimi brandelli di un paese allo sfascio.
In ognuno di questi momenti hai bisogno di un aiuto, di credere che non tutto è marcio, che cè una speranza e qualcosa può ancora cambiare.
Hai bisogno di una voce, di questa voce, stupenda, leggera come una piuma ma capace di andare in profondità, di darti gioia ed allegria, di rilassarti ed emozionarti.
E dopo un disco d’esordio completamente acustico ecco l’inserimento delle chitarre elettriche, che si ispirano al Neil Young di “Everybody knows this is nowhere”, come spiegato nelle note al cd.
Un disco da gustare completamente, uno scrigno con 10 perle per chi ama le melodie che toccano il cuore.
E pazienza se non sarà mai un disco di successo o non girerà su Mtv.
Perchè finchè ci sarà qualcuno che canterà così, ci sarà sempre qualcuno che verrà a prenderti in fondo al pozzo e ti porterà via.
(Lillo Lydon, 18.05.2007)

martedì 8 maggio 2007

X

See How We Are (1987, Elektra)
Caro DoktorP,
mi vedo costretto a scrivere la presente a causa del disgusto che provo nello scorrere l'elenco dei dischi: è una vergogna che dopo oltre 80 dischi commentati, nessuno si sia degnato di raccontare qualcosa sugli X!
"Generazionale" è il primo termine che mi viene in mente quando penso al gruppo.
Personalmente mi sento il meno indicato per parlarne, dal momento che ho snobbato il primo album alla sua uscita; e solo 3 anni più tardi, dopo aver visto la scena del camper che gira per le vie di Los Angeles, con l'omonimo brano in sottofondo, ne "Lo Stato Delle Cose", mi sono riavvicinato all'album...io, arrivista... ma questa è un'altra storia.
Non essendo degno quindi, di raccontare l'ascolto di "Los Angeles", pago il mio fìo sull'album meno di pancia del gruppo.
Nel 1987 la musica la si ascoltava su vinile e si trasportava in auto con degli strani nastri, marroni e lunghissimi, tanto che una volta aperti non si riusciva più a riavvolgerli a meno di rinuciare a qualche ora di sonno, chiamati cassette o musicassette.
Bene, la cassetta di questo disco è stata rifatta 3 volte, tanto lo ascoltavo!
Ciò premesso, la seconda considerazione che voglio fare è che non mi è ancora passata la voglia di correre quando ascolto "Surprise Surprise". Carica di energia che non ha raffronti nemmeno con l'ultimonatodiqualsiasicosa in casa Beghelli.
Il mito Exene non ha bisogno di considerazioni particolari, tanto particolare è la voce, quanto le melodie che disegna. Anche lei ha scritto la storia.
I suoni, complici sicuramente il nuovo chitarrista Tony Gilkyson (ex Lone Justice) ed il sempreverde Dave Alvin, sono da antologia del rock.
Mi piace considerarlo come l'album più "maturo" del gruppo, anche se certamente il meno innovativo. Certo, il sorriso di Billy Zoom era un'altra cosa...
Non ho detto molto del disco, lo so, ma mi viene difficile; l'ho amato, mi ha dato tante cose, mi ha accompagnato per diverso tempo, tutto sommato è una parte della mia vita e forse, ne sono geloso.
Adesso ti saluto, DoktorP, felice ed appagato per aver contribuito a colmare una lacuna grave oltre che troppo vistosa.
Ce ne sono altre, lo sappiamo, ma il tempo ci è amico...amico mio.
(NelloBaffetti 8/5/2007)

lunedì 7 maggio 2007

VAN MORRISON

Astral Week (1968, Warner)
Ci sono dischi che bisogna ascoltare con gli occhi chiusi, in completo isolamento, nel silenzio totale, per poter essere una cosa sola con la musica, viverla non solo emozionalmente ma quasi fisicamente, lasciarsi trasportare dal mare delle emozioni, naufraghi senza una meta aggrappati a ciò che la musica ci può offrire: l’anima.
Questo è uno di quei dischi, incredibile per la tensione emotiva che sprigiona, in cui le canzoni si susseguono come fossero una sola canzone, unendo ad una strumentazione tradizionale l’uso dell’orchestra, con violini e flauti che accompagnano la voce di Van Morrison nei territori del folk, del jazz, del blues,della musica celtica a cantare il tormento interiore.
Vale per tutti la magnifica “Ballerina”, 7 minuti di estasi musicale in cui, quasi posseduto dal demonio della musica, in un crescendo rossiniano regala gioia e malinconia, amore e dolore.
E risulta difficile scrivere delle emozioni che ti regala questo disco, trovare le parole senza essere banale, mettere sotto gli occhi di tutti ciò che rappresenta per te, ciò che ogni ascolto evoca e provoca.
Allora provate anche voi: chiudetevi nella vostra stanza e ascoltate questo disco ad occhi chiusi…alla fine non sarete più gli stessi.
(Lillo Lydon– 07.05.2007)

venerdì 4 maggio 2007

WALKABOUTS

Satisfied Mind (1993, SubPop German)
Mattinata piovosa ed inutile; una di quelle che non lasciano molto spazio alle aspettative per il resto della giornata...
Chi vuole approfittare dello spleen che si profila all'orizzonte si faccia avanti.
Forse le ombre della notte hanno varcato il confine del buio e si sono propagate sotto la luce, debole ed incerta, di un cielo carico di nuvole gonfie e grigie.
Una gretsch lancia un assolo, un lamento, una nenia sommessa...mi faccio avanti.
Alzo un po' il volume e metto in loop il pezzo che sto ascoltando.
Questo è uno dei tanti album che la polvere del tempo ha tentato di farmi dimenticare.
Dimentichiamo cose, momenti, persone, per far spazio a vissuti recenti che a volte non ci appartengono neppure molto; ma è consolante pensare che anche questi, lentamente, cederanno il passo ad altri, e c'è sempre speranza in qualcosa di meglio in arrivo... da lontano.
Un po' di calore arriva dalla musica che pervade l'ambiente, un po' ce lo metto io con i miei ricordi, un po' arriva dal pensiero che mai nulla viene dimenticato veramente.
E così pensi che un ricordo è bello soprattutto quando è condiviso, proprio come le canzoni; non ha molto senso che siano cantate da una sola voce, la loro vera emotività si scatena quando vengono eseguite da altri.
"Satisfied Mind" è un album di cover. ...E sì, suonato e cantato da chi le canzoni non le ha composte, ma le "sente" e le comunica.
L'ascolto di questo disco ha "sospeso" il tempo: non so se è ancora mattina, non so se posso andare, non so se devo crescere, ancora una volta.
E visto che non so, non voglio sapere: lo ascolto di nuovo.
Chi vuole approfittare...si faccia avanti!
Dimenticavo, il brano che ho messo in loop è "Feel Like Going Home".
(Nello Baffetti, 04.05.2007)

domenica 29 aprile 2007

DAVID CROSBY

If I Could Only Remember My Name (1971, Atlantic)
Da ragazzino vivevo con il sogno dell’America, la West Coast, le comunità hippyes, l’amore libero, il no alla guerra in Vietnam, la speranza di cambiare il mondo.
C’è un disco che più di ogni altro mi porta a quegli anni, un disco stupendo, sognatore, psichedelico e lisergico, acido ma nello stesso tempo leggero come una farfalla pronta a volare via.
David Crosby al culmine dell’ispirazione, come purtroppo non sarà più, l’essenza di come la musica possa avere il potere di farti viaggiare con la mente, quasi fosse una sostanza stupefacente.
Un rifugio in cui entrare ogni volta che ne hai il bisogno, un luogo in cui andare quando hai voglia di scoprire.Una voce stupenda, capace di cantare indifferentemente il country, il soul ed il blues che si fonde perfettamente con le chitarre, quasi fosse anch’essa uno strumento e che compone bellissime ballate capaci a distanza di tanti anni di farmi venire ancora la pelle d’oca, perché poche cose come la musica ti sanno emozionare.
E l’ingenuità di quegli anni, i sogni e le speranze, riaffiorano in un brivido di malinconia.
Perché sicuramente non avrei immaginato che saremmo finiti così:una società finta dove l’unico valore è il denaro, dove ricchi figli di papà e poveri figli di operai si ritrovano nei cessi dei locali a farsi di coca per sentirsi tutti vivi, e dove le ragazze, dopo una settimana passata a guardare reality e la De Filippi, si buttano, tappate come troie, alla ricerca di un’apparizione, di una chance, per non finire in un call-center o alla cassa di un supermercato.
Speriamo che almeno non abbiano perso la voglia di sognare un mondo migliore.
(Lillo, 29.04.2007)

sabato 21 aprile 2007

NADA

Luna In Piena (2007)
Non deve essere facile mettere a nudo le proprie ferite, ancora sanguinanti, gli insuccessi, le disillusioni e le proprie imperfezioni, ma Nada lo fa con fierezza, come chi nonostante tutto crede ancora nell’amore, con cicatrici nel cuore e ancora tante storie da raccontare.
I testi sono molto belli, al limite della poesia, ed il canto è pura recitazione, a volte ricorda il miglior Giovanni Lindo Ferretti (quello vero, non il Papa-boy di adesso…che tristezza….).
Ma è davvero così importante cercare di mettersi a nudo, di scrivere testi che entrano nel personale e comunque non siano i soliti ritornelli, in questa epoca di musica consumata velocemente su I-pod vari e dopo un mese dimenticata?
E a cosa serve la musica, abbiamo ancora il tempo e la voglia di “ascoltare” un album, sviscerarlo in ogni sua parte, imparare ad amarlo invece che ascoltare solo qualche pezzo,magari i più orecchiabili e dopo pochi giorni metterlo da parte?
Se la risposta è si, imparate ad “ascoltare” questo disco.
Vi colpirà dritto al cuore.
(Lillo Lydon, 21.04.2007)

venerdì 20 aprile 2007

RY COODER

Paris, Texas (1984, Original Soundtrack - Warner)
Una faccia stralunata, consumata. La pelle è un'arancia dura come un sasso, brunita e raggrinzita dall'arroganza di un sole carogna guardato sorgere troppe volte senza cautele.
In gola un bolo di mastice, tignoso quanto una nuvola di zanzare afose. Dell'aria è bruciata anche l'idea.Realtà al collasso, sui bordi è vapore di benzina. Fumo di bitume fuso nero.
Pensieri asfissiati, convulsioni, visioni febbricitanti; associazioni mentali ipercinetiche e contraddittorie, oleose nel loro fiondarsi cieco le une contro le altre ma senza cozzare. Liquefatti ogni schema, sistematizzazione, ordine razionale, ogni abbozzo di sequenzialità coerente delle azioni, guidate ora da un sobbollire nervoso casuale.
Lacrime partorite asciutte. Labbra spaccate che balbettano riarse impastandolo il nome di una donna. Di un bambino. E binari arroventati, polvere, pietre di un biancore accecante: questo l'alveo per il caos interiore di uno spettro dalle sembianze umane che stentatamente si trascina, barcolla, stritolato da improvvisi tizzoni emotivi e sentimenti in anossia.
Il collo di bottiglia di una chitarra slide prosciuga ogni suono superfluo, sottrae materia e di quel che resta "tira" ogni nota fino a spezzarne le ossa, mettendola forzosamente a fuoco, spremendone tutto il potenziale di suggestione: la risultante è questo ambiente torrido e rarefatto, in cui i picchi e le seguenti cadute di note dal midollo succhiato peggio di un ossobuco danno il senso di una ricerca allo stremo ma non arresa, di un'ossessione non placata: il lamento di un cuore senza pace, crivellato dal suo amore perduto.
Tregua: la toccante "Canciòn mixteca", malinconia d'amore, saudade di ogni Sud del mondo, splendente di tradizioni antiche e saggezza popolare.
Il resto sono cactus e cespugli che rotolano lungo anime desertificate fino alla tensione del dialogo che chiude il disco.
E la gola, per tanta esposta fragilità della condizione umana.
(LaRoma)

giovedì 19 aprile 2007

NEIL YOUNG

On The Beach (1973, Polydor)
Probabilmente l'album migliore di Neil Young, e certamente il più comunicativo.
L'inferno di "Times Fades Away" ed il limbo onirico di "Tonight's the Night" (pubblicato nel 1975, ma inciso nel 1972) scivolano dolcemente verso la vita.
E' l'album che rivela la luce in lontananza; il respiro ancora debole, ma presente, di chi riprende a vivere; il primo battito del cuore dopo la morte apparente.
E' pur sempre un album di dolore, di tristezza e malinconia, ma questa volta concede spazio alla speranza: la trilogia del dolore si chiude qui. Le vicissitudini ed i drammi personali stanno per trasformarsi in pura esperienza, lasciando sfilare dal corpo, la pelle della disperazione, quasi in una lenta muta, non voluta, non cercata, non naturale, ma necessaria.
Sarà sempre una questione di gusti, ma alcuni dei brani migliori del repertorio di Neil Young sono contenuti in quest'opera, e lo è sicuramente la sua canzone più bella: Ambulance Blues.
La capacità di rendere un'atmosfera carica di sensazioni è decisamente una delle sue caratteristiche più marcate; parlo di musicalità pura e semplice.
L'accordatura si apre e si abbassa di un tono ed il suono degli arpeggi arriva al cuore, tradotto in vibrazioni sonore non comuni all'orecchio, per la corposità dei bassi e per il colore che assumono.
Le note si avvertono in maniera più lenta e più piena, con una frequenza che le arrotonda fino a renderle ancora più toccanti.
L'introduzione di Ambulance Blues è semplicemente un capolavoro disegnato dalla chitarra acustica. I suoni, contrappunti magici, dell'armonica e del violino si fondono e si mescolano in un'espressione unica di tristezza, un lamento da cui trarre piacere, non dolore.
Se in "Tonight the Night" i musicisti avevano suonato al buio, per accentuare il clima cupo e disperato del disco, ora sono le cromature delle note ad infondere l'emozione all'ascolto.
Motion Picture è un canto d'amore e di ricordo; la slide-guitar ripetitiva e malinconica esalta l'atmosfera.
L'assolo di Revolution Blues è la cosa più spigolosa e geniale che si sia mai ascoltata in un blues.
Le vibrazioni del wurlitzer piano di See the Sky About the Rain non hanno uguali nella storia della musica rock.
"On the Beach" è un disco di quelli che ti cambia, che ti arricchisce di sensibilità, che ti fa crescere e che ti fa pensare...
Ti fa pensare alla tua vita, alle tue speranze, ai tuoi ricordi, alle tue cose, ai tuoi amici: chi c'è e chi non c'è più.
E lo ascolti, scoprendoti poi con gli occhi chiusi, il cuore tra le mani, e l'anima ad un metro da te... che ti guarda e che si fa guardare.
(Nello Baffetti, 19/4/2007)

lunedì 16 aprile 2007

NICK DRAKE

Pink Moon (1972, Island Records Ltd)
Eccomi ancora una volta, dopo una dura giornata di lavoro, seduto sul divano a rilassarmi.
Mi alzo e fra i CD disposti alla rinfusa ne estraggo uno qualsiasi, lo posiziono sul lettore e subito i suoni mi giungono repentini, percorrono i padiglioni auricolari e le vibrazioni del timpano si trasformano in messaggi dielettrici che giungono al nervo, lo percorrono e arrivano a parte del cervello.
Entra biologia molecolare e ne escono emozioni: dolore? malinconia? paura? depressione? o semplicemente un inno alla solitudine.
L’album che genera tutto ciò è Pink Moon di Nick Drake cantastorie birmano di rara capacità espressiva; è sufficiente riascoltare il brano Know
“Know that I love you
Know I don’t care
Know that I see you
Know I’m not there.”
per immergersi in un mondo di desolazione, sgomento, vuoto interiore.
Tutti i suoi pezzi sono colmi di sensibilità e vulnerabilità con musiche a cavallo fra folk e jazz e solo la sua morte prematura ci ha privato di altri brani di sicuro spessore.
Appunti, ricordi, annotazioni di MINEZ. (16/4/2007)