"...una stagione dell'esistenza, un patrimonio collettivo da ripercorrere, un ricordo depositato"


questo è un luogo dove si raccolgono le sensazioni suscitate dai dischi, dalla loro ricerca, al loro possesso, ai ricordi che evocano

non vogliamo parlare dei dischi, ma delle emozioni che ci hanno dato

lunedì 26 febbraio 2007

MILES DAVIS

Kind of Blue (1959)
Un'estate di un paio di anni fa.
Una gita in Provenza resa possibile dall'ospitalità del nostro Avvocato a visitare i canyon del Verdun, giornata piacevole e stancante. Viaggio lunghetto e compagnia eterogenea, così la colonna sonora acquista maggior peso: per l'andata si veleggia spinti da suoni di facile presa che fanno allegria e caricano, puro, accattivante, irresistibile vecchio rock'n'roll e pezzi da cantare ballonzolando in auto facendo un'onda unica, vent'anni di colpo "cancellati" dalle carte d'identità con Who, Sonics, e via così.
Per il ritorno però...si sa, l'oltrepadano in trasferta si è felicemente rosolato al sole e al calore, e poco possono le rituali birrette gelate; così c'è chi vorrebbe sentire roba che scuote, chi fa il nostalgico, chi è in preda al romanticismo da panorama-Costa Azzurra-al-tramonto, e si accendono le solite dispute. Ci giochiamo un paio di carte interlocutorie ma non per questo di basso profilo (tipo "Deja vu" di CSN&Y, non proprio fuffa!), però per quanto apprezzabili non hanno quel qualcosa...Quel qualcosa che si capisce cosa sia quando irrompe il capolavoro monumentale, e non è opinabile.
Non si parla più della giornata, le cazzate in libertà di un secondo prima ghigliottinate, la macchina sprofondata in un silenzio stupefatto ad ascoltare quella Musica di inesprimibile bellezza, che in un attimo ha messo tutti d'accordo imponendosi con la forza della sua cubitale perfezione.
Le uniche parole che ci escono di bocca sono superlativi di commento tra un brano e l'altro, tutti esprimiamo la stessa opinione di incredula meraviglia, neanche fosse un'assoluta novità anzichè roba già pluriascoltata più vecchia di noi...il che rende ancor più l'idea della grandezza di quest'opera, un incantesimo.Molto di meglio e più adeguato è stato detto e si può ovviamente dire delle composizioni di questa pietra miliare della musica, questo è solo il ricordo tramite cui io le sono legato.
So che mi taglierei un dito per avere la paternità di "Flamenco Sketches", come anche di uno degli altri pezzi che sono...sono da non rovinare con descrizioni inevitabilmente inadeguate.
Ascoltare, e inchinarsi grati alla inarrivabile maestria della compagnia dell'Uomo Con La Tromba.
(laRoma, 2007)

domenica 25 febbraio 2007

BLUE CHEER

OutsideInside (1968)
Fine luglio 1988: periodo di “grande sballo”.
La Roma, il Guru e io partiamo per le vacanze estive, meta…AMSTERDAM !Sarà anche banale, ma sempre efficace: ci aspetta una settimana di sesso, droga e rock&roll!
In un raro momento di lucidità ci rechiamo a fare acquisti, fra edifici barocchi e post-moderni le vie di Amsterdam sono affollate di gente di ogni religione e razza, i coffeeshop ammiccano ovunque così come snack-bar e birrerie sempre in happy hour sotto un cielo plumbeo che mi ricorda tanto un certo film di Scottiana memoria.
Entriamo in un negozietto anonimo di vinile d’annata, fra gli scaffali polverosi rintraccio un disco introvabile in Italia: Insideoutside dei Blue Cheer.
Al rientro dalla vacanza appena in casa per prima cosa mi dirigo verso il mio stereo estraggo il disco dalla copertina, lo posiziono sul giradischi, abbasso la puntina che inizia a gracchiare nel solco (che emozione il fruscio rassicurante del vinile purtroppo ormai andato perso).
L’album si apre con una versione superba di Satisfaction e a seguire The Hunter, rock-blues allo stato puro, amplificatori e distorsori che lacerano l’aria per più di nove minuti, il disco prosegue con pezzi originali, primitivi e minimali.
L’infuocata miscela musicale dei Blue Cheer impone un blues dalle tinte forti che mi lascia senza fiato. Per chi non la conoscesse sicuramente una rock-band da scoprire.
(Appunti, ricordi, annotazioni di MINEZ, 2006)

sabato 24 febbraio 2007

AAVV

Stay Awake (1988, A&M)
Tributo alle canzoni dei films di Walt Disney.
Siamo nel 1988, e nonostante la moda dei tributi, questa è un'operazione commerciale decisamente geniale.
La trovata è proprio nella rottura dai clichè delle musiche dei film di Disney che, per quanto considerate da sempre dei "classici", erano relegate nell'immaginario collettivo a mero divertissement, relazionate al mondo dei bambini, e proprio per questo motivo, mai prese troppo sul serio.
Ma questa produzione prende sul serio musicisti e musiche.
E lo si vede anche nella scelta dei pezzi.
Musicisti di diversa estrazione si misurano con pezzi estremamente lontani dal proprio sentire musicale; i film da cui sono tratti i pezzi abbracciano un periodo che va dalla fine degli anni '30 (Biancaneve) alla metà degli anni '60 (Il Libro Della Giungla).
Pop, rock, jazz ed avanguardia sono le estrazioni da cui proviene il "cast" musicale di questo disco, ed il risultato è veramente strepitoso.

Al momento dell'uscita del disco non ne sapevo proprio nulla.
Il Pasto, frontman degli Scrimshankers, si presenta con questo gioiello e ce lo fa ascoltare: naturalmente nessuno snobbava il Pasto perchè si sa, lui, come l'Emilia, è avanti.
Quindi, armato del rispetto verso il personaggio, inizio ad ascoltarlo, incuriosito più dai 2 o 3 nomi celebri che conoscevo meglio (Stipe, Replacements, Waits), e mi chiedevo cinicamente cosa ci facessero in un album assieme a Ringo Starr, James Taylor, Harry Nilsson.
Non c'è stato bisogno di sentirlo una seconda volta per stabilire che era un ottimo disco.
Da quel momento la cassetta (sigh allora erano cassette) è entrata nelle charts della mia auto e ci è rimasta per almeno 1 anno.

Ma veniamo ai pezzi.
Gli "interludi" musicali vengono affidati con ottimi risultati a Bill Frisell (John Zorn lo conosce bene) e Wayne Horovitz.
Bambi è raccontato in contrappunti da Michael Stipe e Natalie Merchant: beh, nel 1988 ad Athens c'era un gruppo che si chiamava R.e.m....vi sembra poco? Chicca da non perdere!
Il Libro della Giungla viene scritto nella polvere TexMex dai Los Lobos ed a sentirlo inizi a muoverti... fino a notte fonda, quando la fiesta è finita e gli hombres sono tutti addormentati sotto le stelle, nella piazza del paese.
Arriva Dumbo trasportato dalla voce unica e calda di Bonnie Raitt. Non mi fa impazzire il suo genere, ma la voce...
Piano piano, da lontano arrivano ciondolando i sette nani e ci metto un pò a distinguerli perchè l'arrangiamento e la voce di Tom Waits mi disorientano. Si, geniale è l'unico termine che mi viene in mente per definirlo, ma questa è un'altra storia...
Penserete che con Mary Poppins sia l'ora della merenda... Un cazzo! Susanne Vega scrive il suo nome nella storia della musica solo per questa interpretazione! La voce, l'intensità, il vuoto intorno...chi si vuole commuovere può ascoltare la title track: non la dimenticherà mai più.
Sempre una voce, quella di Syd Straw (ex Golden Palominos), ci regala attimi di piacevole rilassamento, prima dell'incanto del passaggio all'oblio.
Buster Poindexter ci riporta al ritmo ed al movimento del corpo, sapore spagnolo che comunque ci aveva già massaggiato con i Los Lobos. Da ascoltare.
La Bella Addormentata è lirica: Yma Sumac, che non conoscevo (e non conosco tuttora). La sua estensione vocale è da brividi.
Quando arriva la marcia di Topolino, pausa caffè.
Qualche traccia più in là, ci si imbatte nella Carica dei 101, e la carica, si sa, potevano giusto suonarla i Replacements, così come l'hanno suonata a tutta la loro generazione!
Biancaneve ritorna nella voce incantevole di Sinead O'Connor che, assieme a Susanne Vega è la vera musa di questo disco. "Memento mei...".
Quando arriva Pinocchio, un pensiero nostalgico corre verso l'inghilterra dei Beatles, quasi a rimprovero per aver lasciato solo a cantare Ringo Starr.
Si, è un disco: chi lo conosce, lo riascolti, e chi non lo conosce lo cerchi.
Album da collezione in tutti i sensi.
Quanto a noi, non vivevamo in Emilia, ma qualcuno che era "avanti" c'era davvero...
Grazie Pasto.
(Nello Baffetti, 2006)

SPARKLEHORSE

Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain (2006)
Non si inizia mai una cosa per farne un capolavoro.
Non lo si fa scrivendo e non lo si fa componendo musica.
Mark Linkous non lo fa.
Ma questo album, per lo più considerato come una cosa scritta in fretta e forse svogliata, nasconde comunque la scinitlla della genialità.
Questo è il motivo che mi spinge a parlarne.
Forse i brani sono un po' approsimativi, talvolta imprecisi nell'esecuzione, ma un ascolto attento rivela piccoli gioielli nascosti tra le sonorità.
E' un album di quelli da scoprire poco a poco, pervaso di atmosfere soft e mesti sussurri.
Non è certo il migliore del gruppo, ma attenzione a non sottovalutarlo.
Non so dire quanto sia più riflessivo di altri, ma certamente è fondamentale per la sua semplicità: ascoltatelo, ascoltate ogni singolo pezzo e disgregatelo nelle sue melodie e nei suoni...credo sia il modo migliore per coglierla.
Piccole cose semplici che messe assieme regalano ottimi momenti di ascolto.
Noi non cerchiamo dei genii, noi vogliamo sentire buona musica.
Ed è quello che c'è qui!
(Nello Baffetti, 24/02/2006)

giovedì 22 febbraio 2007

HUSKER DU

Zen Arcade (1984)
Velocità, tensione, paura, rabbia, disagio. Mitragliate di chitarra, uno sbarramento di fuoco che ti colpisce ovunque e non c’è spazio per i dubbi, il corpo brucia, l’anima brucia, un urlo angosciante gela l’anima. La mente pervasa dal tormento, dalla nevrosi, convulsione continua, un delirio allucinogeno che ti porta in un labirinto senza fine.
Esiste una via d’uscita?Un disco fondamentale di un gruppo fondamentale, l’essenza dell’hardcore ma anche psichedelica, prog, un certo folk-rock e ballate al limite del pop.
Una ricerca, pur nella crudezza dei suoni (il disco fu registrato praticamente in presa diretta…), della melodia.
Da qui partì il grunge, il noise, il nu-metal ed il post-hardcore.
E’ un concept album, scelta clamorosa per il genere, che racconta della vita e dei problemi di un ragazzo di periferia che scappa di casa: la paura, le debolezze, le illusioni, il senso di fallimento, la violenza, l’incompiutezza che sono le sue ma anche le nostre.
Perché tutti noi abbiamo avuto i momenti di debolezza, di noia, di dolore, quel voler urlare al mondo la nostra rabbia,il voler cambiare tutto.
Ed allora è inutile voler rivoluzionare il mondo se prima non facciamo la rivoluzione dentro noi stessi.
E la colonna sonora di questa storia è una musica senza compromessi, una rincorsa a mille all’ora, chitarre taglienti che esprimono velocità ma anche potenza, assoli che testimoniano la sofferenza e la partecipazione della band.
Dopo questo niente sarà più uguale.
E se adesso impazzite per Green Day, NoFx, Rancid beh….non sapete cosa vi siete persi….
(Lillo Lydon)

mercoledì 21 febbraio 2007

JOHNNY CASH

American IV: The Man Comes Around (2002)
"Fuori è la notte ornata di muti canti pallido amor degli erranti".Dino Campana mi è sempre sembrato un poeta misterioso. Questo pezzo di Johnny Cash ha per me lo stesso senso di fascinazione misteriosa.Non ho mai fumato e sempre amabilmente lottato contro gli amici fumatori prima ancora che fossero sconfitti legalmente. Non mi sono praticamente mai drogato.Si rifiutavano (giustamente) persino di passarmi le canne perchè dicevano che con me si buttavano i soldi. Ho bevuto allegramente, diciamo per amore degli amici, delle donne e della bisboccia. Ho sempre temuto di vivere sulla mia pelle la dipendenza fisica e l’essere qualcos’altro da sé, o meglio non avere più il controllo di sé stessi. Eppure sono qui a scrivere del disco di questa mia montagna sacra della musica che è Johnny Cash e proprio di questo disco perché all’interno c’è:“Hurt" ,cover di Trent Reznor (mr. Nine inch nails). La scelta di Cash di cantare questo pezzo, non è assolutamente casuale: è noto il doloroso percorso di Johnny per uscire dalla dipendenza dalle droghe. La sua versione di questo pezzo, come spesso è accaduto per i dischi con Rick Rubin, è inquietante, diversa e superiore per carica di emozione all’originale. “i hurt myself today – to see if i still feel – i focus on the pain – the only thing that’s real – the needle tears a hole – the old familiar sting – try to kill it all away – but i remember everything – what have I become – my sweetest friend – everyone I know goes away in the end – you could have it all – my empire of dirt – I will let you down – I will make you hurt – I wear my crown of shit – on my liar’s chair – full of broken thoughts – I cannot repair – beneath the stains of time – the feeling disappears – you are someone else – I am still right here". Parla di dolore proprio e di quello inflitto agli altri, di autolesionismo, di solitudine e disillusione, di menzogne, del punto più basso dell’esistenza e della debole e pallida idea di ripartire: termina con “if i could start again – a million miles away – i would keep myself – i would find a way". Sarà l’esecuzione vocale di Cash, già malato e con la voce che si sforza di prendere le piccole sfumature di tono, sarà il crescendo musicale drammatico, saranno le parole , questo pezzo mi sprofonda in un buco nero, mi comunica dolore, angoscia, senso di inutilità e vuoto in una maniera quasi tattile per me, come se ad ogni sospiro di Johnny si aprissero i peggiori fantasmi della mia esistenza, inquietanti lati oscuri della mia anima, sensazioni e sentimenti misteriosi e negativi. Non ho parlato molto del disco e di johnny cash ma quando una canzone ti fa star male, ti (h)urta e ferisce, chi la canta è dentro di te per sempre.
(Mark Shenker, 21/2/2006)

martedì 20 febbraio 2007

MARS

EP (1980)
PROLOGO: THE IMMEDIATE STAGES OF THE EROTIC Appeso al cornicione del 30° piano della torre di sinistra del Mark Trade Center l’uomo ,dal marciapiede della 27° ,sembrava una decalcomania. Erano già due minuti che era in quella posizione, i muscoli delle sue braccia avevano spasmi nevrotici, le dita erano agganciate al davanzale, le unghie, conficcate nel cemento armato, erano spezzate e sanguinanti; come zombies gli giravano per la testa le foto di un uomo maciullato sul bordo di un marciapiede, un poliziotto ne alzava la testa, era un volto conosciuto: era il suo con il naso rotto e le labbra spaccate.Allora muoveva la testa per scacciare quelle visioni e si tirava le gambe sul petto per distendere i muscoli dell’addome. Si sentiva il suono delle sirene che attraversavano la 25°, forse lo avrebbero salvato, anzi quasi sicuramente; ma invece si lasciò andare, pensò che forse era meglio così , l’occasione era propizia, mai più gli sarebbe capitata, morire così, senza sforzo e nelle orecchie il suono della macchina da scrivere; ora rimane solo una macchia di sangue sull’asfalto che l’usura delle ruote cancellerà e pezzi di unghie sul davanzale, che il vento disperderà nello smog. Ma l’urlo straziante non resterà nell’aria: è stato raccolto da un’antenna ricevente, l’antenna MARS. MARS EP Mars EP è la scritta che compare sulla front side in un rettangolo giallo circondato da uno sfondo interamente nero, nero come simbolo di una realtà oscurata da mille falsi luci di verità. CASUALITA’ La casualità della loro musica per quanto riguarda la successione dei suoni e non certo per quanto concerne l’idea di base è una vera e propria rivolta contro la cultura e il condizionamento centralizzato attraverso la demistificazione di tutti i vecchi sistemi di espressione musicale, attraverso il rifiuto del realismo, che non va però accomunato alle teorie della realtà/proiezione del pensiero ma si tratta piuttosto di realismo portato alle estreme conseguenze dall’interiorizzazione della realtà sensibile. PAURA Non è quindi una musica senza idee come è troppo facile affermare da parte di chi, cieco alle inspiegabili assurdità imposteci, racchiuso nella sua fortezza Bastioni attende l’arrivo di nemici che lo hanno già sconfitto. Nei Mars vi è la realtà posseduta di sorpresa e sottrazione della sicurezza dell’ascoltatore, in cui nasce la paura dell’inconscio. I Mars infatti sono l’affermazione della superiorità dell’inconscio come modo per combattere schemi e costrizioni. Cosa di più pauroso che scoprire di aver sempre pensato di credere senza aver mai creduto?
(Virgin, per "W Las Vegas", 1981)

REMA-REMA

Wheel In The Roses (1980)
La storia e i caratteri del suono racchiusi nella lunghezza di questo EP emana sonorità profondamente morbose, stranamente oblique ed ambigue.
Piaceri per orecchie mutanti assetate di pus liquido e colpevole anormalità in quattro lunghe distorsioni temporali, quattro perle dello sperimentalismo esasperato.
Oggetti di piacere musicale come REMA REMA nascono e muoiono in una frazione minima dell’unità tempo senza lasciare apparente traccia della musica consumata dalle masse.
Apparentemente, perché sotto ad arrangiamenti e melodie inutili puoi trovare una cellula deviante.
Ma questo ep è decisamente esplicito nel rivelare l’urgenza della proposta REMA REMA: difficilmente si potevano ammassare meglio in così breve spazio tante idee ed intuizioni così nuove e brillanti. “Feedback song”, ”RemaRema”, ”Instrumental”, ”Fond affections” sono quattro capitoli importanti di una storia avviata molti anni fa da un organismo denominato “VELVET UNDERGROUND“.
(Walter D: per "W Las Vegas", 1981)

TSOL

Dance With Me (1981)
T.S.O.L. sono una nuova, durissima band californiana.
Se cercate il vero, reale, distruttivo suono del punk più evoluto, ma legato ancora ai sani principi del vivi velocemente e muori giovane; se cercate lo scontro con un muro di suono elettrico che possa farvi chiudere gli occhi su questo mondo di merda, penso proprio che verrete soddisfatti da “Dance with me”.
Aria di morte, distruzione, violente passioni, suicidio sono le profonde impressioni che la musica di T.S.O.L. lascia impresse a fuoco sulla pelle dell’ascoltatore.
Chiudete gli occhi e gridate sotto il fuoco sconvolgente e martellante di “Sound of laughter” e “80 times”; pensate seriamente a suicidarvi con “Dance with me”. Orrore della luce e della vita.
La morte stenderà il suo manto su di me e sulle altre facce di merda che mi stanno attorno.
MENO MALE.
Questo disco puzza di cadavere putrefatto; ti sbatte in faccia la merda, e non senza fartelo capire, di questa vita inutilmente spesa tra stronzi e teste di cazzo.
AMEN.
T.S.O.L. suonano per lo zombie che si trova in ciascuno di noi; associano terrore e distruzione per te ed i tuoi figli.
No future. Solo morte.
Il tuo io satanico accarezzerà il boia e la lama affilata non senza disprezzo.
Nessuna inutile illusione.
T.S.O.L. dimostrano (come già X, GERMS, CIRCLE JERKS, CATHOLIC DISCIPLINE, BAGS, FLESHEATERS) che se il punk è nato in Inghilterra, si è sicuramente evoluto ed ha acquistato in violenza e disperazione tra le mura e gli alberi di cemento dell’odiata America, simbolo, tra l’altro, di tutto quello che mi fa cagare.
Gruppi inglesi come U.K. SUBS o EXPLOITED sembrano scolaretti con grembiule nero e colletto confrontati alle deraglianti bands californiane.
E’ la giusta reazione ad anni ed anni di fottuti west coast country singers.
JEFFERSON AIRPLANE ed X: il padre e il figlio mutante.
Kill the parents. Kill yourself! Fuck America! Fuck woitila! true sounds of liberty!
T.S.O.L. hanno un suono lugubre e testi che parlano di ossa e tombe, ma sono nello stesso tempo veloci e travolgenti come mi piace.
Caos filtrato e trasmesso insieme alle onde cerebrali della tua parte malata.
Modifica il tuo strumento sulle onde della desolazione che regna nel mio cervello, fammi scorgere il pallore delle tue membra, sfiorami, danza con me al ritmo del tostapane impazzito: ti scoperò morte. T.S.O.L. sono assassini psichici. Autentica lobotomia per i vostri cervelli malati.
Mi piace soprattutto il cantante Alex Morgon che ha una voce veramente originale e trascinante.
Sul bassista tetro e sconvolto niente da dire:svolge il suo ruolo con lodevole violenza e cattiveria tra oscuri ritmi catacombali. Ron Emory, il chitarrista, riesce a creare uno strato di solide vibrazioni elettriche intervallate da brevi momenti di calma. La calma prima della tempesta.
Danza con me.
I veri suoni della libertà corrono con te al baratro.
Cerca l’unica libertà nel vuoto.
“Dance with me my dear – on a floor of bones and skulls – the music is our master – the devils controls our souls”.
(Walter D: per "W Las Vegas", 1981)

MASS

Labour of Love (1981)
- PARTE I -
Tra subconscio e realtà corre un filo d’acciaio teso e vibrante, un nervo che fa tremare d’angoscia le menti.
Nel sonno tocchi mondi sconosciuti e paranoici.
Tensione del metallo, unghie rotte che grattano il cemento, abrasioni sulla pelle fino alla carne viva. Conosciamo bene il quotidiano tanto semplice e possibile, meno quello che si annida dietro alle calde nebbie dell’anormale, del diverso, fuori dalle leggi fisiche e chimiche del mondo materiale dentro l’angoscia di mondi impalpabili, irreali, compressi all’infinito . Sfogliando le pagine scure e sfaccettate della mente umana, quelle che racchiudono gli istinti più ancestrali e impuri, scorgi lunghe zone d’ombra e sprazzi improvvisi di luce, sconvolgenti come sibili taglienti e metallici, abbaglianti e pungenti. Danze voodoo di scheletrici uomini neri attorno a fuochi stranamente vivaci.
I MUSCOLI SONO TUMEFATTI E DOLORANTI.
La centrale non trasmette gli impulsi del movimento / non potrai abbassare la leva della salvezza.Il sudore ti scende dietro alle orecchie, lungo le guance per finire sul pavimento di moquette verde (vorresti morire milioni di volte).
PAURA NELLO SCHELETRO DELLA LUCE.
Movimento al buio.
LA MUSICA DEI MASS E’ UNA LUNGA CANTILENA EVOCANTE PASSATO E FUTURO IN UN’UNICA SINTESI PERFETTA DI ORRORI E TECNOLOGIA IMPAZZITA.
- PARTE II -
REMA REMA privato dell’unita’ Marco “fox” Pirroni (ex models , ex banshees, ora adam and the ant) si trasforma nell’organico MASS. Gary Asquitt, Mark Cox, Michael Allen rimangono fedeli alla loro traumatizzante visione post-atomica. Mass oggi: meno estetizzanti e più astratti di Bauhaus, alienanti e pesanti come e più di P.I.L., sono l’incompromessa sonorità delle catacombe cittadine, il ritmo continuo e inarrestabile del disfacelo e della corruzione. BAMBINA PUTTANA. Nuova oscura età medievale non saresti dovuta venire prima di Joy Division? Nessuno merita la tua attenzione mentre “You and i" e “Gabbage” vengono trasmesse da radio MASS. Un singolo per cultori dell’orrido, del ritmo cupo, del suono tetro. Due sequenze di una bellezza ammorbante. Complicati meandri sonori si svolgono velocemente nel sottobosco autunnale, tra foglie putrescenti calpestate da improbabili ascoltatori attoniti. Il freddo è il calore del rogo. Difficile esprimere a parole sensazioni così ambigue, nascoste sotto tanta materia reale, tanta vita vissuta a contatto di una realtà fin troppo semplice e prevedibile. RIDIMENSIONAMENTO. “Labour of love“ svolge completamente le sue proposte in una sequenza neutra di colori putrefatti, di liquida maestosità diluita e corrotta. Lo spettatore vive nell’attimo della caduta lo spargimento di sangue. Qualche esempio di suono traumatizzante potrebbe essere:”Mass”, composto da diversi frammenti di opposta tensione che si sostituiscono con perfetta interscambiabilità a creare un universo di sonorità oblique e dilatate; ”F.A.H.C.H.E.F.” con l’antica danza REMA REMA e distorsioni sonore in primo piano. DIMENSIONE RUMORE? “Isn’t life nice ?”: dimensione rumore, materia viva e palpitante, profondamente scolpita nel subconscio di noi ascoltatori del vivere moderno. Misteriose danze attorno a fuochi magici in continenti perduti. Visceralità primitiva da moderne apparecchiature metalliche: sintetizzatori di Mark Cox intonano il canto delle sirene o urlano la depravazione urbana come già i SUICIDE.
CERTAMENTE MASS STA MANOVRANDO LE SUE ARMI PER LA GENTE MORTA…………..
(Walter D. per "W Las Vegas", 1981)