
I Pil (Public Image Limited) furono la fine del punk; Johnny Lydon aveva capito che la forza e l’energia del movimento si era esaurita e che si stava tornando verso quello che si voleva distruggere, non erano forse perfetti dischi hard rock “Never mind the bollocks” dei Pistols o “Give me enough rope” dei Clash?
I Pil estremizzarono il concetto di anti-rock (ma Keith Levene era un fior di chitarrista…) esplorando suoni e tecniche di missaggio, reggae, dub, roots e anche disco music, seppur alla loro maniera.
I giri di basso di Jah Wobble sono potentissimi, vera struttura portante delle canzoni, in cui si inseriscono i virtuosismi chitarristici di Levene, già nei primi Clash, ed i lamenti di Johnny Lydon, tornato al nome di origine dopo il Rotten dei Pistols.
Il disco si apre con “Albatross”, 10 minuti di disperazione sonora sopra un basso pompato al massimo e sciabolate di chitarra. Contiene anche “Death disco”, scritta da Lydon in seguito alla morte della madre e che diventò singolo da Top 20, la ripetitiva e stordente “Poptones”, trance disco psichedelica, una strumentale disco music come “Graveyard” e addirittura un ripetitivo funk, ”Chant”, da far invidia a Gorge Clinton.
I testi sono come sempre disorientanti: violenza di strada, terrorismo, rapimenti, recitati più che cantati, quasi sputati in faccia.
Uscì non come lp, ma come 3 12” chiusi in una confezione per le pizze cinematografiche, a testimonianza delle continue provocazioni musicali e non del gruppo ed è lo spartiacque tra la fine del punk e quello che sarà il dopo: alcuni tra gli anni migliori in quanto a novità in campo musicale, con l’avvento di nuovi suoni e sottogeneri quali no-wave, punk-funk, industrial e l’esplorazione continua di nuove possibilità sonore attraverso l’elettronica, il noise, le tecniche dub, superando il purismo del punk e ricostruendo i ponti con il passato del rock, prog e glam su tutti.Un disco a cui molti gruppi debbono un rigraziamento.
E noi con loro…
I Pil estremizzarono il concetto di anti-rock (ma Keith Levene era un fior di chitarrista…) esplorando suoni e tecniche di missaggio, reggae, dub, roots e anche disco music, seppur alla loro maniera.
I giri di basso di Jah Wobble sono potentissimi, vera struttura portante delle canzoni, in cui si inseriscono i virtuosismi chitarristici di Levene, già nei primi Clash, ed i lamenti di Johnny Lydon, tornato al nome di origine dopo il Rotten dei Pistols.
Il disco si apre con “Albatross”, 10 minuti di disperazione sonora sopra un basso pompato al massimo e sciabolate di chitarra. Contiene anche “Death disco”, scritta da Lydon in seguito alla morte della madre e che diventò singolo da Top 20, la ripetitiva e stordente “Poptones”, trance disco psichedelica, una strumentale disco music come “Graveyard” e addirittura un ripetitivo funk, ”Chant”, da far invidia a Gorge Clinton.
I testi sono come sempre disorientanti: violenza di strada, terrorismo, rapimenti, recitati più che cantati, quasi sputati in faccia.
Uscì non come lp, ma come 3 12” chiusi in una confezione per le pizze cinematografiche, a testimonianza delle continue provocazioni musicali e non del gruppo ed è lo spartiacque tra la fine del punk e quello che sarà il dopo: alcuni tra gli anni migliori in quanto a novità in campo musicale, con l’avvento di nuovi suoni e sottogeneri quali no-wave, punk-funk, industrial e l’esplorazione continua di nuove possibilità sonore attraverso l’elettronica, il noise, le tecniche dub, superando il purismo del punk e ricostruendo i ponti con il passato del rock, prog e glam su tutti.Un disco a cui molti gruppi debbono un rigraziamento.
E noi con loro…
(Lillo Lydon)