"...una stagione dell'esistenza, un patrimonio collettivo da ripercorrere, un ricordo depositato"


questo è un luogo dove si raccolgono le sensazioni suscitate dai dischi, dalla loro ricerca, al loro possesso, ai ricordi che evocano

non vogliamo parlare dei dischi, ma delle emozioni che ci hanno dato

martedì 30 gennaio 2007

PUBLIC IMAGE LTD

Metal Box (Virgin, 1990)
I Pil (Public Image Limited) furono la fine del punk; Johnny Lydon aveva capito che la forza e l’energia del movimento si era esaurita e che si stava tornando verso quello che si voleva distruggere, non erano forse perfetti dischi hard rock “Never mind the bollocks” dei Pistols o “Give me enough rope” dei Clash?
I Pil estremizzarono il concetto di anti-rock (ma Keith Levene era un fior di chitarrista…) esplorando suoni e tecniche di missaggio, reggae, dub, roots e anche disco music, seppur alla loro maniera.
I giri di basso di Jah Wobble sono potentissimi, vera struttura portante delle canzoni, in cui si inseriscono i virtuosismi chitarristici di Levene, già nei primi Clash, ed i lamenti di Johnny Lydon, tornato al nome di origine dopo il Rotten dei Pistols.
Il disco si apre con “Albatross”, 10 minuti di disperazione sonora sopra un basso pompato al massimo e sciabolate di chitarra. Contiene anche “Death disco”, scritta da Lydon in seguito alla morte della madre e che diventò singolo da Top 20, la ripetitiva e stordente “Poptones”, trance disco psichedelica, una strumentale disco music come “Graveyard” e addirittura un ripetitivo funk, ”Chant”, da far invidia a Gorge Clinton.
I testi sono come sempre disorientanti: violenza di strada, terrorismo, rapimenti, recitati più che cantati, quasi sputati in faccia.
Uscì non come lp, ma come 3 12” chiusi in una confezione per le pizze cinematografiche, a testimonianza delle continue provocazioni musicali e non del gruppo ed è lo spartiacque tra la fine del punk e quello che sarà il dopo: alcuni tra gli anni migliori in quanto a novità in campo musicale, con l’avvento di nuovi suoni e sottogeneri quali no-wave, punk-funk, industrial e l’esplorazione continua di nuove possibilità sonore attraverso l’elettronica, il noise, le tecniche dub, superando il purismo del punk e ricostruendo i ponti con il passato del rock, prog e glam su tutti.Un disco a cui molti gruppi debbono un rigraziamento.
E noi con loro…

(Lillo Lydon)

lunedì 29 gennaio 2007

CONCERTI: BAUHAUS

Bauhaus - Bologna, Giugno 1980
Cronaca semiseria di un evento….
L’anno liceale è appena finito ed io, Pasto e Della decidiamo di farci un regalo: il concerto a Bologna dei Bauhaus. Si parte in treno muniti di tenda ed all’arrivo a Bologna dopo un girovagare tra bus e sotto un sole cocente troviamo una sottospecie di campeggio. Altro che Riccione, cemento e caldo bestiale, ma chi se ne fotte, we are punk!.Alla sera si va al concerto e la “fauna” è di quella giusta: punk con la cresta colorata, ragazze dark con il piercing ovunque e noi 3, come direbbe Nino D’Angelo nù jeans e nà maglietta. Inizia un gruppo barese di cui non ricordo il nome e nemmeno la musica, e prosegue tale Peter Gordon, forse parente con Flash, sperimentatore jazz che con l’ambiente c’entra come Vasco Rossi con la lirica, ed in breve diviene il bersaglio di ogni oggetto lanciabile.Ma ecco che si spengono le luci ed in un’atmosfera elettrica salgono sul palco i Bauhaus. Peter Murphy in pelle (poca) e ossa (tante) è una presenza inquietante anche se un po’ costruita e “Bela Lugosi’s dead” lo rende ancora più spettrale. La base del concerto è il loro album “In the flat field”, ma il pubblico, copiando una moda inglese oramai sorpassata (si sa che noi arriviamo sempre dopo…) risponde agli atteggiamenti provocatori del cantante con un lancio di bottiglie e sputi che innervosiscono il buon Peter. E dopo un paio di ammonimenti il fattaccio: dal back stage del palco parte, novello Superman, Red Ronnie, non ancora dedito a “Una rotonda sul mare” o “Roxy bar”, e tira un calcione in faccia ad un ragazzo della prima fila (Philopat, che citerà l’episodio nel suo libro….) e succede il finimondo.Il concerto finisce in un’atmosfera di nervosismo crescente ed anche il dopo concerto sarà movimentato.Peccato, eravamo partiti pieni di entusiasmo ed effettivamente il concerto è stato una delusione, i Bauhaus erano il classico gruppo in cui la presenza scenica del front man era ben più importante della musica e si sa sul palco non si può bleffare, ma ci siamo divertiti con il fuori programma neanche fossimo a Manchester in curva ed alla fine le birre hanno sistemato tutto.We are punk!!!
(Lillo Lydon)

domenica 28 gennaio 2007

DIED PRETTY

Free Dirt (1986, What Goes On)
Ci sono dischi o canzoni che ti accompagnano tutta la vita, che ti ricordano momenti particolari, belli o brutti che siano, canzoni per ogni stato d’animo: gioia, dolore, rabbia, rimpianto. Questo disco mi ricorda il servizio militare, l’avrò ascoltato centomila volte e mi aiutava a superare i momenti di noia e la voglia di tornare a casa, quando ti rendi conto che stai sprecando il tuo tempo in qualcosa di inutile.Gruppo australiano, guidato dal cantante Ronnie Peno, non ebbero mai un grande successo, ricordo un concerto a Fidenza davanti a pochi intimi. A differenza di gruppi come Hoodoo Gurus, Radio Birdman, Saints, meno legati ad un suono guitar rock e con un uso abbondante di tastiere a dettare i ritmi delle canzoni, ma una voce bellissima, intensa e drammatica, a volte straziante, le chitarre spesso distorte quasi a evocare un lamento dell’anima, l’uso dell’organo a rendere le canzoni simili a un canto ecclesiastico, l’immergere il corpo nell’acqua purificatrice della musica.Non so perché mi piacquero così tanto, forse per quella simpatia per i perdenti, i gruppi che apprezzi ma che non caga nessuno ed ancora adesso se riascolto il disco ricordo quei tempi.
Il tempo passa e ci scappa via davanti senza che ce ne rendiamo conto, ma quando abbiamo accumulato tanti rimpianti, allora capiamo che stiamo invecchiando.
(Lillo Lydon)

mercoledì 24 gennaio 2007

CONCERTI: Nick Cave

Nick Cave - Mantova, Arena, 1999
Ricordo un anfiteatro, Mantova centro, Settembre '99, la sera fresca di profumi, l'ideale. Suonerà Nick Cave, stavolta non con i Bad Seeds ma in formazione semiacustica: immancabile. Serata di magìa non replicabile, inutile cercarne la ricetta, il cuoco è stato baciato dal divino e buon per chi ha potuto assaggiare. Compagnia folta, tutti con speranze quasi irragionevoli di assistere a un evento speciale: forse ci autosuggestioniamo, forse è un presagio, ma si annusa quasi un'aura di perfezione.
Le tappe di avvicinamento sono le solite, bar-birre-chiacchiera, ma l'eccitazione è più misurata, intima del solito, più profonda. Io ho deciso che mi piazzerò vicino al Della, sento strana comunione con lui.
E così va.
Non commentiamo neanche lo sgranarsi dei pezzi tale è il miracolo nell'atmosfera, per rispetto non la si può sporcare: quella musica è una suggestione intoccabile, incastonata in quel luogo e in quel lasso di tempo come l'unica possibile lì allora. Ad ogni brano eseguito guardo gli altri, qualche commento, qualche iperbole da "branco", qualcosa di tecnico; ma il volto di Walter-Della è di più. Uno specchio. Mi rimanda il sorriso di chi ha colto in quell'insieme una poesia irripetibile. Forse ci diciamo qualcosa, ma non è a parole che omunichiamo. Fino al momento che mi fa trasalire.
Cave sta regalando pezzi dal repertorio più vecchio fino a "Murder Ballads", che arrangiati così sono uno più struggente dell'altro, conquista più che attenzione devozione per come sa calamitare perfino il respiro del pubblico, e di colpo decide di afferrarmi per il collo ancora di più, con una versione piano e voce di "Papa won't leave you Henry" che - per me, ma forse non solo - è un grumo, un torrente emozionale.
Ho perso mio padre da meno di due anni, e comincio a sentire male alle tonsille, la gola mi si chiude insieme allo stomaco, sento gli occhi gonfiarsi come palloni, come per scoppiare, cerco disperatamente di cantare, di fare uscire la voce per dare una via di fuga a questa slavina che mi sta travolgendo...ma dalla cruna d'ago che è ora la mia gola esce solo un alito muto, un singhiozzo, faticoso, interrotto.
Walter è lì. Forse è casualità, forse "sente" che sta succedendo qualcosa, e fa una cosa in apparenza semplice e geniale come certe intuizioni dei fuoriclasse - o delle donne. Mi appoggia una mano sulla spalla e, porgendomi una sigaretta, si mette a cantare "Papa won't leave you Henry, papa won't leave you boy...".
Straordinario? Sì. Straordinario.
Walter sa che non fumo; e che mio padre se n'è andato per questo.
Mi sta offrendo la possibilità di parlarci per la durata e per tramite di quelle poche boccate di nicotina. L'imbrunire ora è un incendio di colori, Cave è una furia dolorosa e straziata che tocca il midollo dei presenti con un canto appassionato eppure di grande tenerezza...sento che sta suonando per me.
A quelle carezze mi sciolgo, inspiro lentamente una miscela di tabacco e aria di tramonto, uno, due, tre tiri...riesco a riassestare lo sguardo, a capire serenamente che c'è un corso della vita che va seguito e accettato: questo mi sta dicendo mio padre, questo è negli occhi di Walter.
Il pezzo finisce, sento gli applausi...lontani...per qualche attimo contemplo lo scenario da lassù, dalla mia casa sull'albero. Anche la sigaretta intanto è finita. Mi sta bruciando in mano anche il filtro. Non vorrei spegnerlo più, ma pur se a fatica so, lo so che lo devo schiacciare. E lo faccio: però adesso in quel gesto non c'è tristezza. Da quel momento mi spoglio definitivamente del corpo lasciando che Cave e il suo gruppo finiscano di scolpire con i loro suoni la parte intangibile e ora esposta di me.
Un violino elettrico si incarica di rapirmi.
Non pagate il riscatto, nessuno paghi il riscatto. Nessuno paga il riscatto.
(La Roma)

lunedì 22 gennaio 2007

CLASH

Sandinista! (1980)
Il tempo è galantuomo……
I Clash al culmine del successo, dopo l’uscita di “London Calling” sono tra i gruppi guida del movimento punk-new wave. Esce questo triplo lp e subito mi fiondo a Pavia a comprarlo; già qualcosa si era intuito con l’abum precedente, ma qui è una rivoluzione.
Saranno tacciati di tradimento, di essersi venduti al business, di aver fatto i soldi (ma quali… guadagna di più Manu Chao che da 10 anni ripete lo stesso disco cambiandogli il titolo).
Discussioni con Pasto e Della che mi prendevano per il culo perché li difendevo (a chi avesse ancora una copia della mitica fanzine “Viva Las Vegas…..).
In realtà questo è un disco fondamentale soprattutto per le influenze che avrà negli anni a venire. Qui si fondono le 2 anime dei Clash, quella combat-rock di Joe Strummer e quella più aperta ai suoni funky e disco di Mick Jones.
E’ come sfogliare una enciclopedia della musica: rock, rockabilly, reggae, dub, remix, funky, soul, c’è tutto e se si pensa da dove venivano e che dischi avevano pubblicato prima, bisogna ammettere che fu un atto di coraggio.
Il punk non era i 3 accordi o le spille, ma un’attitudine, il rompere gli schemi, l’assoluta libertà ed allora non era punk un disco come questo?
Questo è un viaggio nel futuro e probabilmente uscì troppo presto per essere apprezzato, pur con qualche passaggio a vuoto che un triplo lp inevitabilmente contiene.
Certamente non è il loro album migliore, il primo “The Clash” e “London Calling” sono le prove più riuscite, ma un atto d’amore verso la musica, sperimentazione di suoni e coraggio nel toccare generi che mal si conciliavano con il loro ambiente; va quindi apprezzato per l’importanza che ebbe per gli anni a venire (dice niente crossover?).
In definitiva il più punk di tutti i loro dischi.Chissà se Pasto e Della hanno cambiato idea…
(Lillo Lydon)

sabato 20 gennaio 2007

PAUL WELLER

Catch - Flame! (2006)
Un viaggio attraverso 30 anni di musica british. Dagli anni dei mods con i Jam e le influenze Small Faces,al periodo pop-disco degli Style Council,fino agli ultimi album,”As is now” e “Stanley road” su tutti.Questo è “Catch a flame!” doppio live registrato in Inghilterra che testimonia di un Paul Weller tornato in gran forma e che sul palco,eliminati certi pretenziosi arrangiamenti e qualche forzatura stilistica,da’ il meglio di sé. Un concerto dove il suono delle chitarre la fa da padrone,ripreso senza post-produzioni o trucchi vari,quasi a voler mettere l’ascoltatore in mezzo al pubblico. Ed allora tutti a cantare “That’s entertainment” e “A town called Malice”,ad emozionarsi per “The pebbles and the boy” e “You do something to me”,ad avere un brivido di nostalgia per “In the crowd” e ad impazzire per “Foot of the mountain”. Canzoni eseguite con energia,ma anche con classe,piene di rimandi alla tradizione inglese,ma anche al soul e rythm’and’blues americani.L’Inghilterra è maestra nel creare la “The next big thing”,gruppi che esplodono,durano lo spazio di 1-2 dischi e poi spariscono.Ci vuole del talento per durare 30 anni…..
(Lillo Lydon)

mercoledì 17 gennaio 2007

POLICE

Reggatta de blanc (1979)
FLASHBACK. Vedo in tv un filmato musicale (erano i primi, Franz Di Cioccio era il conduttore, altro che Mtv…), un terzetto con uno che batte le bacchette della batteria su una sedia ed un biondo che canta e suona il basso che si muove come se gli avessero messo una molla a scatti. Si chiamano “The Police” e la canzone “Message in a bottle”, e mi prende un sacco.
FLASHBACK. Pasto, come al solito, li conosce già, è appena uscito l’album, il secondo, dal titolo “Reggatta de blanc”; me lo faccio dare e faccio la mia solita C60 (nastro, non cd). Una potenza, sanno suonare, non sono il solito gruppo esordiente, ma hanno alle spalle esperienze jazz e di session man. Canzoni di 3-4 minuti che uniscono all’energia punk del momento le loro influenze musicali, il reggae su tutte.
FLASHBACK. Concerto al Palalido di Milano (per me luogo mitico della pallacanestro….), tutto esaurito ovviamente, gruppo di supporto dei pazzi scatenati chiamati “The Cramps”, che in seguito imparerò ad amare. Sting ha una presenza sul palco bestiale, sexy e carismatica, l’atmosfera è molto carica anche perché sono i primi concerti in Italia dopo la contestazione a De Gregori e le molotov ai Led Zeppelin, loro ci danno dentro ed è un trionfo.
PRESENTE. Mi ritrovo ad ascoltare il cd e non ha perso la sua bellezza, canzoni come “Walking on the moon” e “Message in a bottle” sono diventate dei classici.Rivedo posti e persone, episodi accaduti, non tutti messi a fuoco, mi sfuggono i nomi, una gita liceale in cui non so se ho bevuto più birre o ascoltato più volte il disco. Le discussioni sui dischi seguenti:”Fanno cagare”, ”si sono venduti”, ”sono ancora forti”. Ripenso allo Sting di adesso, che tristezza…lo rivedo in lambretta icona dei Mods nel film “Quadrophenia” bellissimo (il film…). Non riesco a star fermo, le gambe vanno al ritmo di “The bed’s too big without you”, reggae-dub con un basso da star male, bevo una birra.Come ha detto Garcia Marquez “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”…e la musica aiuta a ricordare.
(Lillo Lydon)

domenica 14 gennaio 2007

MILES DAVIS

Ascenseur pour l’échafaud: Original soundtrack (1957)
Solita serata banale: uscita alle nove, caffè al bar, ritrovo con gli amici di sempre, birretta di rito e rientro a casa.
Vado a coricarmi con la convinzione di avere sprecato l’ennesimo giorno della mia vita. Il tempo passe inesorabile, il trascorrere dei minuti è scandito dal battito del mio cuore, già sono le due e ancora il sonno non arriva. Mi alzo accendo la tele, su rai tre inizia “fuori orario” in programmazione Ascenseur pour l’échafaud (Francia 1957 b/n 92’) pellicola d’esordio di Louis Malle capolavoro della Nouvelle Vague, colonna sonora di MILES DAVIS. Inizia la proiezione, la tromba di Miles lacera il silenzio e penetra fino in fondo all’anima. La camminata di Jeanne Moreau sul selciato di una Parigi in bianco e nero è da leggenda. Assoli improvvisi che si materializzano dal nulla, glaciali atmosfere create dal genio di Davis impreziosiscono questo capolavoro del noir, il film scorre inesorabile verso la tragica fine. Dopo due ore di grande cinema e maestosa musica vado a coricarmi e il mio cuore ricomincia a pulsare, ma stavolta al ritmo di una magica tromba…PA…PAA…PAA….!
(Appunti, annotazioni, ricordi di Minez)

venerdì 12 gennaio 2007

SUGARCUBES

Birthday (1988)
I negozi di musica indipendente. Bugigattoli fumosi, arrangiati, da scovare, 2 metri per 3, fascino oscuro tipo taverna zona porto o quartiere malfamato. Musica-buttafuori, a fare selezione all’ingresso; dentro, pura carboneria sonica, "Play it loud/play it proud".Nomi storici, da toponomastica massonica per città parallele: Supporti (Fonografici lo aggiungevano solo i non-addetti), Zabriskie, Bootleg, Psycho, The Fridge…in uno di questi spacci di vinile, il mio destino coniugale.Inverno 1988, Milano-Coni Zugna, 6 di sera. Nebbia. Un freddo bastardo. Entro soprattutto per scaldarmi, così il rituale sfoglio copertine parte senza obiettivi né fretta. Intanto, fruscìo di primi solchi…SBLAING, SBLOOING, una chitarra sbrindellata, un frullato di suoni bislacchi per una fiaba/cantilena su un compleanno di "bambini", ragni in tasca, si fumano sigari...Ma quella voce. Un embolo che mi viaggia nel sangue. E’ Cappuccetto Rosso, Lolita, Pippi Calzelunghe-a-rete, trecce insolenti e lecca-lecca e petardi e pensieri malsani.Il ritornello ruggisce arrotato, inudito, inaudito...sono perso. Un secondo dopo sono il bastoncino su cui quel canto schizofrenico sta avvolgendo un nuovo alveare di zucchero filato. Per bruciarlo in una vampata - al nuovo ritornello. Ancora in ipnosi compro quell’ EP…e so che da ora in poi ogni candidata alle nozze dovrà confrontarsi con quella voce islandese. Inevitabilmente rimango scapolo. Chissà con chi mi sono, mi sarò dovuto confrontare io…
(laRoma)

giovedì 11 gennaio 2007

CONCERTI: NEIL YOUNG

“Neil Young and Crazy Horse “ 9/07/2001 Brescia,Piazza Duomo
Ho aspettato tanti anni,ma il momento è arrivato. Potrò finalmente vedere dal vivo il mio idolo assoluto assieme ai Crazy Horse. Il concerto è alle 21.00 e prima suonano i Black Crowes;essendo lunedì sera penso che non ci sarà tanta gente ed invece alle 20.00 la piazza è già piena. Mi faccio largo a gomitate dopo aver abbandonato velocemente i miei compagni di viaggio ed arrivo davanti alla fine del concerto dei supporter (che colpevolmente non ho ascoltato).Alle 21.00 in punto si spengono le luci e mi batte il cuore,un ansia quasi infantile per un evento atteso una vita ed eccolo,camicione bianco e cappello da cow boy. Si comincia con “Don’t cry no tears”,ma subito dopo una inattesa “I’ve been waiting for you”. L’atmosfera è stupenda,la piazza offre un colpo d’occhio eccezionalee lui è in gran forma. Sarà una cavalcata di 3 ore con tanti dei suoi classici in un concerto prevalentemente elettrico con una parte centrale acustica : “Don’t let it bring you down”,”Long may you run”,”Hey hey,my my”,”Out on the week end”,”Like a hurricane”,”Rockin in the free world”,”Down by the river” et.Si vede che Young ed i Crazy Horse sono una cosa sola,abituati a seguirlo nelle lunghe improvvisazioni elettriche,con una energia che mai mi sarei aspettato,anzi se devo essere sincero la paura era di trovare un cantante sul viale del tramonto…sti cazzi… ed invece è sempre lui,con la fidata Old Black a tracolla,ad entusiasmare il pubblico,tra cui in prima fila un certo Bob Dylan…Confesso di aver seguito metà del concerto ad occhi chiusi,immaginandomi sul palco assieme a loro,e questo per un quarantennedeve essere o deficienza senile o adulazione fanatica,e sulle note di “Down by the river” mi sono lanciato in un paio di assoli da far rabbrividire chi mi era accanto. Alla fine,stremato ma estasiato,ho raccolto l’ultimo barlume di lucidità ed ho raggiunto i miei amici che già mi davano per disperso.Spesso tornando dai concerti,in preda all’eccitazione dell’evento,diciamo “E’ il miglior concerto che abbia mai visto”…beh questa volta è vero.Rock’n’roll can never die.
(Lillo Lydon)

lunedì 8 gennaio 2007

MOTORPSYCHO

Black Hole, Blank Canvas (2006)
Confesso di avere un folle amore per questo gruppo norvegese. Sarà l’attrazione per i paesi nordici (Nomads in Svezia,il regista Aki Kaurismaki in Finlandia..) o chissà forse perché sono veramente grandi.Per chi li conosce già questo doppio cd poco aggiunge alla loro produzione,ma risulta essere il migliore degli ultimi anni,mentre per chi non li ha mai sentiti è l’occasione per scoprire un gruppo capace di incantare con dolcissime ballate acustiche spesso impreziosite da arrangiamenti orchestrali,trascinare con pezzi metal oppure far sognare con lunghe cavalcate psichedeliche dal ritmo ipnotico e martellante.Polivalenti sino all’estremo (hanno pubblicato un disco country “The Tussler” con cover di Graham Parson,Neil Young etc. ed un live con un gruppo di sperimentazione free jazz praticamente inascoltabile…),senza mai alcuna concessione alla ricerca del pezzo di successo,ma sempre suonando la musica che in quel determinato periodo piace a loro.Basta mettere nel lettore il cd e lasciarsi andare,un trip musicale attraverso vari generi senza le spigolosità improvvisative dei primi anni,ma con una immutata freschezza ed originalità in cui convivono ritmo e furore,dolcezza e passione e ti ritrovi catapultato in un mondo senza tempo,una favola che vorresti non finisse mai.
(Lillo Lydon)

PLAYLIST: Lillo Lydon

LILLO PLAYLIST
La fanno tutti, la faccio anch’io….in ordine sparso.

Louie,Louie” The Kingsman.
Irresistibile,John Belushi in “Animal House”,toga party,lo scazzeggio totale,birra e figa. Da ubriacarsi.
Everybody here want’s you” Jeff Buckley.
Quando sei giù pensa che c’è sempre chi sta peggio di te…. Di una dolcezza irreale,da brividi.
Cortez the killer” Neil Young.
Ho sognato per una vita di essere su un palco a suonarla. Il mio idolo,la colonna sonora della mia vita. “The pusher” Steppenwolf.
Il riff di chitarra è da star male,il mito della West Coast,heasy rider,harley davidson e un bel tatuaggio…..
Love will tears us apart” Joy Division.
Ogni volta mi viene la pelle d’oca e penso a cosa avrebbero potuto essere,ma forse è meglio che siano durati poco.
My generation” The Who.
I tre minuti più trascinanti,folgoranti di tutto il rock’n’roll. Inno di una generazione.
Furry sings the blues” Joni Mitchell.
Un uragano sempre sul punto di esplodere,una voce che ti incanta,atmosfere tra country e jazz,e l’armonica di Neil Young...
Human Behaviour” Bjork.
Si resta senza fiato ad ascoltarla,quasi sospesi in un mondo di fate,lassù dove non c’è mai il sole.
London calling” The Clash.
Ritorno ai tempi del liceo,i sogni,le illusioni,il punk,la new wave,Pasto,Della ,Cece e Gomma….la meglio gioventù.
What a wonderful world” Nick Cave.
Se possibile è ancora più bella dell’originale. Mi fa tornar bambino,a Natale ad aspettare regali sotto la neve.
“I keep coming back” The Afghan Wighs.
Dovrei mettere tutto l’album,che è un capolavoro,ma metto questa,dolce come lo zucchero,sofferente come non mai.
Foot of the mountain” Paul Weller.
Come se Neil Young fosse nato in Inghilterra e cantasse come un nero….da ascoltare al pub con tante birre e cantare a squarciagola.
Wild thing” The Troggs.
La canzone più sexy,più cool,più tutto,di quelle che durano una vita intera.
New day rising” Husker Du.
La rabbia,il vero punk,senza compromessi,un pugno nello stomaco,un proiettile sparato dalla chitarra. Grandi.
For what it’s worth” Buffalo Springfield.
I più grandi della West Coast,capaci in tre minuti di farti impazzire…un viaggio di sola andata per il paradiso.

domenica 7 gennaio 2007

GIANNI RICCHIZZI

DeepRelax vol. 1 e 2 (2001, Internal Music)
Ascolto musica dalla mattina alla sera. CD, mp3 o radio.Due inverni fà mi hanno passato un CD, che ho ascoltato in loop per quasi tre mesi,polverizzando la longevità più alta di un disco, che precedentemente era di sei giorni.Il secondo CD di questo doppio è durato in loop per più di un mese. Mi ricordava il primo.Ancora adesso, mi stupisce ripensare a tutto quel tempo quando lo ascolto lavorando o mangiando.Non ho più smesso di ascoltarlo durante il bagno ed il massaggio, momenti nei quali più grande è l’armonia con il corpo. Parto per il viaggio più lungo per arrivare nel posto più vicino.Come un neonato, a contatto con il corpo della mamma, ritrova il ritmo del battito del cuore che ha sentito per nove mesi tutto intorno a sé. Musica classica indiana, tramandata oralmente da millenni e suonata con due antichi strumenti, la vichitra vina e la rudra vina, da un maestro italiano, che, diplomato all’università Hindù di Benares con il titolo di ‘giovane luce della musica’, è oggi uno dei pochi maestri di questi rari strumenti.
(Argio)

sabato 6 gennaio 2007

CONCERTI: HOODOO GURUS

Cronaca di un godimento annunciato…
“Hoodoo Gurus” Live in Correggio e Milano, estate 1988 (…o giù di lì)…doppietta!!

Una di quelle estati che quando sei grande te le ricordi e capisci di essere vecchio anche se non te lo senti addosso, anche se sei ancora tu ed era l’altro ieri che qualcuno ti ha detto <<…Hoodoo Gurus a Correggio, si va tutti!! ma proprio tutti per davvero!!…>>. E allora via alla ricerca dei dischi, mica CD…no no proprio i dischi 33 giri, grandi e neri maneggiati con cura come fossero reliquie di santi e mica su internet (…neanche avevamo ancora il telefonino in tasca e allora <<…ciao Mamma non preoccuparti…>>) ma nelle librerie in camera degli amici supplicando <<…e dai fammi subito la cassetta così la ascolto e imparo le canzoni…>> perché mica si può andare ad un concerto come questo se non rinfresco la le memoria, se non posso sentire la scarica nello stomaco che ti fa urlare dopo il primo accordo di una canzone perché è quella, proprio quella che aspettavi e subito dito puntato al palco e canti, salti e canti…E allora via che si va e si va proprio tutti per davvero, perché quando facevamo le cose bene le facevamo proprio alla grande, tutti all’Indi alle 3 (mica le 15 che non siamo marines)…arriva una macchina poi due, tre, quattro, cinque, sei e non ci posso credere saremo almeno 20 (…si ma non è mica finita, poi la ci sono anche gli altri…ma dai!!), unica preoccupazione la divisa da combattimento di Mino, jeans e maglietta bianca e siamo tutti avvisati!!…Arriviamo a Correggio alla “Festa de L’Unità” che è ancora presto e si comincia a girovagare per le vie di questo borgo disegnato da chioschi di ogni tipo ed è ridicolo perché ad ogni angolo trovo qualcuno della mia grande famiglia, che quando non sei a casa sembra di essere ancora più amici, giro l’angolo e c’è uno dei nostri che tenta di vincere bottiglie con un martello da carpentiere picchiando duro su un chiodo, che se lo butta dentro in due colpi si beve e si ride ancora di più, i più ansiosi si informano sui biglietti…tutto tranquillo lo abbiamo già tutti in tasca…allora tra birrette e bicchieri di vino arriva il momento della cena, solita consultazione globale e poi via “ristorante tipico emiliano” che si va sul sicuro…Ma proprio lì, mentre sembriamo ad un pranzo di nozze per quanto è lungo il tavolo, il primo segno divino…ma dai guarda li chi si è seduto in quel tavolo vicino al nostro, ma dai sono proprio loro, guarda Dave Faulkner il mito…ma che tamarro, c’è pure Brad Shepherd e le “prulle” si sdilinquiscono…e allora vai, Ceru dirige e da il tempo e noi tutti un boato <<…ahhahhahhh ahhahhahh i want you back……ahhahhahhh ahhahhahh i want you back…>> tutto il ristorante si ferma e ci fissa, cucinieri compresi, ma poi il trionfo, applauso sincero ed urla di approvazione dalla band e dalla crew (…che non te l’aspetti che vai dall’altra parte del mondo e trovi 30 pazzi davanti a tortelli e gnocco fritto cantano a squarciagola il ritornello di una tua canzone…!!) …e loro non lo sanno ancora ma da quel momento sono nostri!! Il concerto finalmente, spintoni e gomitate astute e siamo alla transenna “in prima fila” (la truppa si è sparpagliata e presidia ogni punto del campo..), si comincia luci musica caldo caldo caldissimo musica voci colori e sudore, “chitarre e voci si intrecciano e si inseguono con un incalzare del tutto frenetico, il vecchio romanticismo on the road del rock qui si mostra in tutta la sua interezza e in maniera pura ed esaltante dichiara senza remore la sua ragion d'essere. Musica, voci e melodie esplodono letteralmente in un turbine così trascinante da essere praticamente impossibile riuscire a restare fermi e a non cantare con loro. A momenti sembrano delle semplici canzonette, ma concepite in un modo così perfetto e limpido, da lasciare a bocca aperta. Genialità allo stato puro, tanto da far nascere il consueto interrogativo sul perchè siano stai praticamente ignorati allora e lo siano ancora oggi, soprattutto dopo aver inanellato quelle tre incredibili gemme che sono i primi tre album”. E Mino al mio fianco nella sua uniforme da combattimento è scatenato si arrampica sulle transenne e grida e canta e bestemmia e io che lo tengo per la cinta dei jeans, perché lui non lo vede ma uno grosso della security mi grida <<…se scavalca lo rompo…!!>>…e poi finisce e chissà se siamo più stremati noi o loro sul palco…e poi ancora noi con tanta adrenalina in corpo sulla via del ritorno in ordine sparso…e il giorno dopo all’Indi a raccontarsi ancora le cose e poi giù a ridere, ma poi uno fa <<…certo che stasera sono a Milano…>>…un istante e poi <<…si si ciao mamma non preoccuparti vado con gli altri a trovare degli amici a Milano…>> che amici poi per quella sera lo siamo stati per davvero nel back-stage dell’ex “Odissea 2001” (che più che back-stage era side-stage e chi c’era se lo ricorda ancora) seduti là gomito a gomito con Faulkner, Shepherd e compagnia, noi riconosciuti e invitati da loro a fare quattro chiacchiere, che non gli capita mica tutti i giorni di fare mezzo giro del mondo e trovare degli amici che ti seguono, cantano, ballano e sudano con te…e allora vai che da quel giorno siamo anche noi degli Hoodoo Gurus…!!! E da quel giorno ogni volta che sento gli Hoodoo Gurus rivivo le stesse sensazioni e mi ritrovo a ridere da solo ricordando…
(Cav. Manlio Capatonda)

Discografia minima consigliata :
"Stoneage Romeos" (1984), "Mars Needs Guitar" (1985), "Blow Your Cool" (1987), “Magnum Cum Louder” (1989).

Foto: scaletta del concerto di Milano ricevuta dalle mani di Faulkner e da lui scritta.


martedì 2 gennaio 2007

CONCERTI: AC/DC

AC/DC - Zurigo (1980-81)
Ho 14, 15 anni...sono in costruzione. Una certezza: rock. Sarò diverso dalla massa, vi incuriosirò, sarò per forza interessante...Con quattro lire ogni settimana compro Ciao 2001, le foto mi lasciano a bocca aperta: colori pazzeschi, storie assurde e mirabolanti, abbigliamenti mai visti, i morti, la droga: la vita vera. E' l'imprinting: voglio questo mondo anche se non so come trovarlo, niente banche o assicurazioni, è deciso. I primi jeans stinti, un oltraggio...mi calo nella parte, capelli lunghi, camicia rigorosamente e studiatamente fuori dai calzoni e via con i suoni e l'iconografia più truce che trovo su piazza, vada per il metal e il punk, altro che Baglioni e cuccuruccuccù palome per limonare...duro e puro, Zeppelin, Sabbath, Pistols!! Cerco di fare proselitismo, una missione, sembra inutile...fa nulla, non tornerò indietro. Però per svoltare manca ancora qualcosa: ho la teoria, ma mi manca il battesimo del fuoco...Natale 1980 o '81. In una anonima pagina destra del Ciao (che ho stampata in mente come fosse ora) i concerti, in mezzo il trafiletto che folgora: AC/DC a Zurigo. Un martello nella testa, lo ripeto sillabato mille volte, il resto non c'è più: dovrà essere il mio regalo, prometto illusorie obbedienze eterne e voti a scuola mai sfiorati, vale tutto, DEVO andare. Funziona. Corriera SGEA fino a Milano e pullmann di "veri" rocker adulti in trasferta Svizzera, ho un pò paura, fingo ovviamente disinvoltura...tutti giù, Hallenstadion, gli svizzeri non sono per nulla i valligiani della tele, sembra lo zoo di Berlino, vedo di tutto, birre che volano, cariche della polizia, gente che si fa in vena a un metro, paura vera, devo stare calmo anche se sono pronto al peggio...mi ritrovo non so come sulle gradinate a sinistra del palco, attacca "Whole lotta Rosie", c'è solo musica, pesto, grido, voglio far casino almeno quanto gli altri, non mi riconosco, ma di attimo in attimo mi conosco...Due, tre ore così, le orecchie che per la prima volta fischiano alla fine e ancora non so che passerà. A casa la prima volta al mattino, senza voce, un ebete, immensamente più grande. Non ho più paura di Cece che mi ha fatto la matricola. Ora vi guardo tutti negli occhi, senza abbassarli.
(La Roma)