"...una stagione dell'esistenza, un patrimonio collettivo da ripercorrere, un ricordo depositato"


questo è un luogo dove si raccolgono le sensazioni suscitate dai dischi, dalla loro ricerca, al loro possesso, ai ricordi che evocano

non vogliamo parlare dei dischi, ma delle emozioni che ci hanno dato

lunedì 26 febbraio 2007

MILES DAVIS

Kind of Blue (1959)
Un'estate di un paio di anni fa.
Una gita in Provenza resa possibile dall'ospitalità del nostro Avvocato a visitare i canyon del Verdun, giornata piacevole e stancante. Viaggio lunghetto e compagnia eterogenea, così la colonna sonora acquista maggior peso: per l'andata si veleggia spinti da suoni di facile presa che fanno allegria e caricano, puro, accattivante, irresistibile vecchio rock'n'roll e pezzi da cantare ballonzolando in auto facendo un'onda unica, vent'anni di colpo "cancellati" dalle carte d'identità con Who, Sonics, e via così.
Per il ritorno però...si sa, l'oltrepadano in trasferta si è felicemente rosolato al sole e al calore, e poco possono le rituali birrette gelate; così c'è chi vorrebbe sentire roba che scuote, chi fa il nostalgico, chi è in preda al romanticismo da panorama-Costa Azzurra-al-tramonto, e si accendono le solite dispute. Ci giochiamo un paio di carte interlocutorie ma non per questo di basso profilo (tipo "Deja vu" di CSN&Y, non proprio fuffa!), però per quanto apprezzabili non hanno quel qualcosa...Quel qualcosa che si capisce cosa sia quando irrompe il capolavoro monumentale, e non è opinabile.
Non si parla più della giornata, le cazzate in libertà di un secondo prima ghigliottinate, la macchina sprofondata in un silenzio stupefatto ad ascoltare quella Musica di inesprimibile bellezza, che in un attimo ha messo tutti d'accordo imponendosi con la forza della sua cubitale perfezione.
Le uniche parole che ci escono di bocca sono superlativi di commento tra un brano e l'altro, tutti esprimiamo la stessa opinione di incredula meraviglia, neanche fosse un'assoluta novità anzichè roba già pluriascoltata più vecchia di noi...il che rende ancor più l'idea della grandezza di quest'opera, un incantesimo.Molto di meglio e più adeguato è stato detto e si può ovviamente dire delle composizioni di questa pietra miliare della musica, questo è solo il ricordo tramite cui io le sono legato.
So che mi taglierei un dito per avere la paternità di "Flamenco Sketches", come anche di uno degli altri pezzi che sono...sono da non rovinare con descrizioni inevitabilmente inadeguate.
Ascoltare, e inchinarsi grati alla inarrivabile maestria della compagnia dell'Uomo Con La Tromba.
(laRoma, 2007)

domenica 25 febbraio 2007

BLUE CHEER

OutsideInside (1968)
Fine luglio 1988: periodo di “grande sballo”.
La Roma, il Guru e io partiamo per le vacanze estive, meta…AMSTERDAM !Sarà anche banale, ma sempre efficace: ci aspetta una settimana di sesso, droga e rock&roll!
In un raro momento di lucidità ci rechiamo a fare acquisti, fra edifici barocchi e post-moderni le vie di Amsterdam sono affollate di gente di ogni religione e razza, i coffeeshop ammiccano ovunque così come snack-bar e birrerie sempre in happy hour sotto un cielo plumbeo che mi ricorda tanto un certo film di Scottiana memoria.
Entriamo in un negozietto anonimo di vinile d’annata, fra gli scaffali polverosi rintraccio un disco introvabile in Italia: Insideoutside dei Blue Cheer.
Al rientro dalla vacanza appena in casa per prima cosa mi dirigo verso il mio stereo estraggo il disco dalla copertina, lo posiziono sul giradischi, abbasso la puntina che inizia a gracchiare nel solco (che emozione il fruscio rassicurante del vinile purtroppo ormai andato perso).
L’album si apre con una versione superba di Satisfaction e a seguire The Hunter, rock-blues allo stato puro, amplificatori e distorsori che lacerano l’aria per più di nove minuti, il disco prosegue con pezzi originali, primitivi e minimali.
L’infuocata miscela musicale dei Blue Cheer impone un blues dalle tinte forti che mi lascia senza fiato. Per chi non la conoscesse sicuramente una rock-band da scoprire.
(Appunti, ricordi, annotazioni di MINEZ, 2006)

sabato 24 febbraio 2007

AAVV

Stay Awake (1988, A&M)
Tributo alle canzoni dei films di Walt Disney.
Siamo nel 1988, e nonostante la moda dei tributi, questa è un'operazione commerciale decisamente geniale.
La trovata è proprio nella rottura dai clichè delle musiche dei film di Disney che, per quanto considerate da sempre dei "classici", erano relegate nell'immaginario collettivo a mero divertissement, relazionate al mondo dei bambini, e proprio per questo motivo, mai prese troppo sul serio.
Ma questa produzione prende sul serio musicisti e musiche.
E lo si vede anche nella scelta dei pezzi.
Musicisti di diversa estrazione si misurano con pezzi estremamente lontani dal proprio sentire musicale; i film da cui sono tratti i pezzi abbracciano un periodo che va dalla fine degli anni '30 (Biancaneve) alla metà degli anni '60 (Il Libro Della Giungla).
Pop, rock, jazz ed avanguardia sono le estrazioni da cui proviene il "cast" musicale di questo disco, ed il risultato è veramente strepitoso.

Al momento dell'uscita del disco non ne sapevo proprio nulla.
Il Pasto, frontman degli Scrimshankers, si presenta con questo gioiello e ce lo fa ascoltare: naturalmente nessuno snobbava il Pasto perchè si sa, lui, come l'Emilia, è avanti.
Quindi, armato del rispetto verso il personaggio, inizio ad ascoltarlo, incuriosito più dai 2 o 3 nomi celebri che conoscevo meglio (Stipe, Replacements, Waits), e mi chiedevo cinicamente cosa ci facessero in un album assieme a Ringo Starr, James Taylor, Harry Nilsson.
Non c'è stato bisogno di sentirlo una seconda volta per stabilire che era un ottimo disco.
Da quel momento la cassetta (sigh allora erano cassette) è entrata nelle charts della mia auto e ci è rimasta per almeno 1 anno.

Ma veniamo ai pezzi.
Gli "interludi" musicali vengono affidati con ottimi risultati a Bill Frisell (John Zorn lo conosce bene) e Wayne Horovitz.
Bambi è raccontato in contrappunti da Michael Stipe e Natalie Merchant: beh, nel 1988 ad Athens c'era un gruppo che si chiamava R.e.m....vi sembra poco? Chicca da non perdere!
Il Libro della Giungla viene scritto nella polvere TexMex dai Los Lobos ed a sentirlo inizi a muoverti... fino a notte fonda, quando la fiesta è finita e gli hombres sono tutti addormentati sotto le stelle, nella piazza del paese.
Arriva Dumbo trasportato dalla voce unica e calda di Bonnie Raitt. Non mi fa impazzire il suo genere, ma la voce...
Piano piano, da lontano arrivano ciondolando i sette nani e ci metto un pò a distinguerli perchè l'arrangiamento e la voce di Tom Waits mi disorientano. Si, geniale è l'unico termine che mi viene in mente per definirlo, ma questa è un'altra storia...
Penserete che con Mary Poppins sia l'ora della merenda... Un cazzo! Susanne Vega scrive il suo nome nella storia della musica solo per questa interpretazione! La voce, l'intensità, il vuoto intorno...chi si vuole commuovere può ascoltare la title track: non la dimenticherà mai più.
Sempre una voce, quella di Syd Straw (ex Golden Palominos), ci regala attimi di piacevole rilassamento, prima dell'incanto del passaggio all'oblio.
Buster Poindexter ci riporta al ritmo ed al movimento del corpo, sapore spagnolo che comunque ci aveva già massaggiato con i Los Lobos. Da ascoltare.
La Bella Addormentata è lirica: Yma Sumac, che non conoscevo (e non conosco tuttora). La sua estensione vocale è da brividi.
Quando arriva la marcia di Topolino, pausa caffè.
Qualche traccia più in là, ci si imbatte nella Carica dei 101, e la carica, si sa, potevano giusto suonarla i Replacements, così come l'hanno suonata a tutta la loro generazione!
Biancaneve ritorna nella voce incantevole di Sinead O'Connor che, assieme a Susanne Vega è la vera musa di questo disco. "Memento mei...".
Quando arriva Pinocchio, un pensiero nostalgico corre verso l'inghilterra dei Beatles, quasi a rimprovero per aver lasciato solo a cantare Ringo Starr.
Si, è un disco: chi lo conosce, lo riascolti, e chi non lo conosce lo cerchi.
Album da collezione in tutti i sensi.
Quanto a noi, non vivevamo in Emilia, ma qualcuno che era "avanti" c'era davvero...
Grazie Pasto.
(Nello Baffetti, 2006)

SPARKLEHORSE

Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain (2006)
Non si inizia mai una cosa per farne un capolavoro.
Non lo si fa scrivendo e non lo si fa componendo musica.
Mark Linkous non lo fa.
Ma questo album, per lo più considerato come una cosa scritta in fretta e forse svogliata, nasconde comunque la scinitlla della genialità.
Questo è il motivo che mi spinge a parlarne.
Forse i brani sono un po' approsimativi, talvolta imprecisi nell'esecuzione, ma un ascolto attento rivela piccoli gioielli nascosti tra le sonorità.
E' un album di quelli da scoprire poco a poco, pervaso di atmosfere soft e mesti sussurri.
Non è certo il migliore del gruppo, ma attenzione a non sottovalutarlo.
Non so dire quanto sia più riflessivo di altri, ma certamente è fondamentale per la sua semplicità: ascoltatelo, ascoltate ogni singolo pezzo e disgregatelo nelle sue melodie e nei suoni...credo sia il modo migliore per coglierla.
Piccole cose semplici che messe assieme regalano ottimi momenti di ascolto.
Noi non cerchiamo dei genii, noi vogliamo sentire buona musica.
Ed è quello che c'è qui!
(Nello Baffetti, 24/02/2006)

giovedì 22 febbraio 2007

HUSKER DU

Zen Arcade (1984)
Velocità, tensione, paura, rabbia, disagio. Mitragliate di chitarra, uno sbarramento di fuoco che ti colpisce ovunque e non c’è spazio per i dubbi, il corpo brucia, l’anima brucia, un urlo angosciante gela l’anima. La mente pervasa dal tormento, dalla nevrosi, convulsione continua, un delirio allucinogeno che ti porta in un labirinto senza fine.
Esiste una via d’uscita?Un disco fondamentale di un gruppo fondamentale, l’essenza dell’hardcore ma anche psichedelica, prog, un certo folk-rock e ballate al limite del pop.
Una ricerca, pur nella crudezza dei suoni (il disco fu registrato praticamente in presa diretta…), della melodia.
Da qui partì il grunge, il noise, il nu-metal ed il post-hardcore.
E’ un concept album, scelta clamorosa per il genere, che racconta della vita e dei problemi di un ragazzo di periferia che scappa di casa: la paura, le debolezze, le illusioni, il senso di fallimento, la violenza, l’incompiutezza che sono le sue ma anche le nostre.
Perché tutti noi abbiamo avuto i momenti di debolezza, di noia, di dolore, quel voler urlare al mondo la nostra rabbia,il voler cambiare tutto.
Ed allora è inutile voler rivoluzionare il mondo se prima non facciamo la rivoluzione dentro noi stessi.
E la colonna sonora di questa storia è una musica senza compromessi, una rincorsa a mille all’ora, chitarre taglienti che esprimono velocità ma anche potenza, assoli che testimoniano la sofferenza e la partecipazione della band.
Dopo questo niente sarà più uguale.
E se adesso impazzite per Green Day, NoFx, Rancid beh….non sapete cosa vi siete persi….
(Lillo Lydon)

mercoledì 21 febbraio 2007

JOHNNY CASH

American IV: The Man Comes Around (2002)
"Fuori è la notte ornata di muti canti pallido amor degli erranti".Dino Campana mi è sempre sembrato un poeta misterioso. Questo pezzo di Johnny Cash ha per me lo stesso senso di fascinazione misteriosa.Non ho mai fumato e sempre amabilmente lottato contro gli amici fumatori prima ancora che fossero sconfitti legalmente. Non mi sono praticamente mai drogato.Si rifiutavano (giustamente) persino di passarmi le canne perchè dicevano che con me si buttavano i soldi. Ho bevuto allegramente, diciamo per amore degli amici, delle donne e della bisboccia. Ho sempre temuto di vivere sulla mia pelle la dipendenza fisica e l’essere qualcos’altro da sé, o meglio non avere più il controllo di sé stessi. Eppure sono qui a scrivere del disco di questa mia montagna sacra della musica che è Johnny Cash e proprio di questo disco perché all’interno c’è:“Hurt" ,cover di Trent Reznor (mr. Nine inch nails). La scelta di Cash di cantare questo pezzo, non è assolutamente casuale: è noto il doloroso percorso di Johnny per uscire dalla dipendenza dalle droghe. La sua versione di questo pezzo, come spesso è accaduto per i dischi con Rick Rubin, è inquietante, diversa e superiore per carica di emozione all’originale. “i hurt myself today – to see if i still feel – i focus on the pain – the only thing that’s real – the needle tears a hole – the old familiar sting – try to kill it all away – but i remember everything – what have I become – my sweetest friend – everyone I know goes away in the end – you could have it all – my empire of dirt – I will let you down – I will make you hurt – I wear my crown of shit – on my liar’s chair – full of broken thoughts – I cannot repair – beneath the stains of time – the feeling disappears – you are someone else – I am still right here". Parla di dolore proprio e di quello inflitto agli altri, di autolesionismo, di solitudine e disillusione, di menzogne, del punto più basso dell’esistenza e della debole e pallida idea di ripartire: termina con “if i could start again – a million miles away – i would keep myself – i would find a way". Sarà l’esecuzione vocale di Cash, già malato e con la voce che si sforza di prendere le piccole sfumature di tono, sarà il crescendo musicale drammatico, saranno le parole , questo pezzo mi sprofonda in un buco nero, mi comunica dolore, angoscia, senso di inutilità e vuoto in una maniera quasi tattile per me, come se ad ogni sospiro di Johnny si aprissero i peggiori fantasmi della mia esistenza, inquietanti lati oscuri della mia anima, sensazioni e sentimenti misteriosi e negativi. Non ho parlato molto del disco e di johnny cash ma quando una canzone ti fa star male, ti (h)urta e ferisce, chi la canta è dentro di te per sempre.
(Mark Shenker, 21/2/2006)

martedì 20 febbraio 2007

MARS

EP (1980)
PROLOGO: THE IMMEDIATE STAGES OF THE EROTIC Appeso al cornicione del 30° piano della torre di sinistra del Mark Trade Center l’uomo ,dal marciapiede della 27° ,sembrava una decalcomania. Erano già due minuti che era in quella posizione, i muscoli delle sue braccia avevano spasmi nevrotici, le dita erano agganciate al davanzale, le unghie, conficcate nel cemento armato, erano spezzate e sanguinanti; come zombies gli giravano per la testa le foto di un uomo maciullato sul bordo di un marciapiede, un poliziotto ne alzava la testa, era un volto conosciuto: era il suo con il naso rotto e le labbra spaccate.Allora muoveva la testa per scacciare quelle visioni e si tirava le gambe sul petto per distendere i muscoli dell’addome. Si sentiva il suono delle sirene che attraversavano la 25°, forse lo avrebbero salvato, anzi quasi sicuramente; ma invece si lasciò andare, pensò che forse era meglio così , l’occasione era propizia, mai più gli sarebbe capitata, morire così, senza sforzo e nelle orecchie il suono della macchina da scrivere; ora rimane solo una macchia di sangue sull’asfalto che l’usura delle ruote cancellerà e pezzi di unghie sul davanzale, che il vento disperderà nello smog. Ma l’urlo straziante non resterà nell’aria: è stato raccolto da un’antenna ricevente, l’antenna MARS. MARS EP Mars EP è la scritta che compare sulla front side in un rettangolo giallo circondato da uno sfondo interamente nero, nero come simbolo di una realtà oscurata da mille falsi luci di verità. CASUALITA’ La casualità della loro musica per quanto riguarda la successione dei suoni e non certo per quanto concerne l’idea di base è una vera e propria rivolta contro la cultura e il condizionamento centralizzato attraverso la demistificazione di tutti i vecchi sistemi di espressione musicale, attraverso il rifiuto del realismo, che non va però accomunato alle teorie della realtà/proiezione del pensiero ma si tratta piuttosto di realismo portato alle estreme conseguenze dall’interiorizzazione della realtà sensibile. PAURA Non è quindi una musica senza idee come è troppo facile affermare da parte di chi, cieco alle inspiegabili assurdità imposteci, racchiuso nella sua fortezza Bastioni attende l’arrivo di nemici che lo hanno già sconfitto. Nei Mars vi è la realtà posseduta di sorpresa e sottrazione della sicurezza dell’ascoltatore, in cui nasce la paura dell’inconscio. I Mars infatti sono l’affermazione della superiorità dell’inconscio come modo per combattere schemi e costrizioni. Cosa di più pauroso che scoprire di aver sempre pensato di credere senza aver mai creduto?
(Virgin, per "W Las Vegas", 1981)

REMA-REMA

Wheel In The Roses (1980)
La storia e i caratteri del suono racchiusi nella lunghezza di questo EP emana sonorità profondamente morbose, stranamente oblique ed ambigue.
Piaceri per orecchie mutanti assetate di pus liquido e colpevole anormalità in quattro lunghe distorsioni temporali, quattro perle dello sperimentalismo esasperato.
Oggetti di piacere musicale come REMA REMA nascono e muoiono in una frazione minima dell’unità tempo senza lasciare apparente traccia della musica consumata dalle masse.
Apparentemente, perché sotto ad arrangiamenti e melodie inutili puoi trovare una cellula deviante.
Ma questo ep è decisamente esplicito nel rivelare l’urgenza della proposta REMA REMA: difficilmente si potevano ammassare meglio in così breve spazio tante idee ed intuizioni così nuove e brillanti. “Feedback song”, ”RemaRema”, ”Instrumental”, ”Fond affections” sono quattro capitoli importanti di una storia avviata molti anni fa da un organismo denominato “VELVET UNDERGROUND“.
(Walter D: per "W Las Vegas", 1981)

TSOL

Dance With Me (1981)
T.S.O.L. sono una nuova, durissima band californiana.
Se cercate il vero, reale, distruttivo suono del punk più evoluto, ma legato ancora ai sani principi del vivi velocemente e muori giovane; se cercate lo scontro con un muro di suono elettrico che possa farvi chiudere gli occhi su questo mondo di merda, penso proprio che verrete soddisfatti da “Dance with me”.
Aria di morte, distruzione, violente passioni, suicidio sono le profonde impressioni che la musica di T.S.O.L. lascia impresse a fuoco sulla pelle dell’ascoltatore.
Chiudete gli occhi e gridate sotto il fuoco sconvolgente e martellante di “Sound of laughter” e “80 times”; pensate seriamente a suicidarvi con “Dance with me”. Orrore della luce e della vita.
La morte stenderà il suo manto su di me e sulle altre facce di merda che mi stanno attorno.
MENO MALE.
Questo disco puzza di cadavere putrefatto; ti sbatte in faccia la merda, e non senza fartelo capire, di questa vita inutilmente spesa tra stronzi e teste di cazzo.
AMEN.
T.S.O.L. suonano per lo zombie che si trova in ciascuno di noi; associano terrore e distruzione per te ed i tuoi figli.
No future. Solo morte.
Il tuo io satanico accarezzerà il boia e la lama affilata non senza disprezzo.
Nessuna inutile illusione.
T.S.O.L. dimostrano (come già X, GERMS, CIRCLE JERKS, CATHOLIC DISCIPLINE, BAGS, FLESHEATERS) che se il punk è nato in Inghilterra, si è sicuramente evoluto ed ha acquistato in violenza e disperazione tra le mura e gli alberi di cemento dell’odiata America, simbolo, tra l’altro, di tutto quello che mi fa cagare.
Gruppi inglesi come U.K. SUBS o EXPLOITED sembrano scolaretti con grembiule nero e colletto confrontati alle deraglianti bands californiane.
E’ la giusta reazione ad anni ed anni di fottuti west coast country singers.
JEFFERSON AIRPLANE ed X: il padre e il figlio mutante.
Kill the parents. Kill yourself! Fuck America! Fuck woitila! true sounds of liberty!
T.S.O.L. hanno un suono lugubre e testi che parlano di ossa e tombe, ma sono nello stesso tempo veloci e travolgenti come mi piace.
Caos filtrato e trasmesso insieme alle onde cerebrali della tua parte malata.
Modifica il tuo strumento sulle onde della desolazione che regna nel mio cervello, fammi scorgere il pallore delle tue membra, sfiorami, danza con me al ritmo del tostapane impazzito: ti scoperò morte. T.S.O.L. sono assassini psichici. Autentica lobotomia per i vostri cervelli malati.
Mi piace soprattutto il cantante Alex Morgon che ha una voce veramente originale e trascinante.
Sul bassista tetro e sconvolto niente da dire:svolge il suo ruolo con lodevole violenza e cattiveria tra oscuri ritmi catacombali. Ron Emory, il chitarrista, riesce a creare uno strato di solide vibrazioni elettriche intervallate da brevi momenti di calma. La calma prima della tempesta.
Danza con me.
I veri suoni della libertà corrono con te al baratro.
Cerca l’unica libertà nel vuoto.
“Dance with me my dear – on a floor of bones and skulls – the music is our master – the devils controls our souls”.
(Walter D: per "W Las Vegas", 1981)

MASS

Labour of Love (1981)
- PARTE I -
Tra subconscio e realtà corre un filo d’acciaio teso e vibrante, un nervo che fa tremare d’angoscia le menti.
Nel sonno tocchi mondi sconosciuti e paranoici.
Tensione del metallo, unghie rotte che grattano il cemento, abrasioni sulla pelle fino alla carne viva. Conosciamo bene il quotidiano tanto semplice e possibile, meno quello che si annida dietro alle calde nebbie dell’anormale, del diverso, fuori dalle leggi fisiche e chimiche del mondo materiale dentro l’angoscia di mondi impalpabili, irreali, compressi all’infinito . Sfogliando le pagine scure e sfaccettate della mente umana, quelle che racchiudono gli istinti più ancestrali e impuri, scorgi lunghe zone d’ombra e sprazzi improvvisi di luce, sconvolgenti come sibili taglienti e metallici, abbaglianti e pungenti. Danze voodoo di scheletrici uomini neri attorno a fuochi stranamente vivaci.
I MUSCOLI SONO TUMEFATTI E DOLORANTI.
La centrale non trasmette gli impulsi del movimento / non potrai abbassare la leva della salvezza.Il sudore ti scende dietro alle orecchie, lungo le guance per finire sul pavimento di moquette verde (vorresti morire milioni di volte).
PAURA NELLO SCHELETRO DELLA LUCE.
Movimento al buio.
LA MUSICA DEI MASS E’ UNA LUNGA CANTILENA EVOCANTE PASSATO E FUTURO IN UN’UNICA SINTESI PERFETTA DI ORRORI E TECNOLOGIA IMPAZZITA.
- PARTE II -
REMA REMA privato dell’unita’ Marco “fox” Pirroni (ex models , ex banshees, ora adam and the ant) si trasforma nell’organico MASS. Gary Asquitt, Mark Cox, Michael Allen rimangono fedeli alla loro traumatizzante visione post-atomica. Mass oggi: meno estetizzanti e più astratti di Bauhaus, alienanti e pesanti come e più di P.I.L., sono l’incompromessa sonorità delle catacombe cittadine, il ritmo continuo e inarrestabile del disfacelo e della corruzione. BAMBINA PUTTANA. Nuova oscura età medievale non saresti dovuta venire prima di Joy Division? Nessuno merita la tua attenzione mentre “You and i" e “Gabbage” vengono trasmesse da radio MASS. Un singolo per cultori dell’orrido, del ritmo cupo, del suono tetro. Due sequenze di una bellezza ammorbante. Complicati meandri sonori si svolgono velocemente nel sottobosco autunnale, tra foglie putrescenti calpestate da improbabili ascoltatori attoniti. Il freddo è il calore del rogo. Difficile esprimere a parole sensazioni così ambigue, nascoste sotto tanta materia reale, tanta vita vissuta a contatto di una realtà fin troppo semplice e prevedibile. RIDIMENSIONAMENTO. “Labour of love“ svolge completamente le sue proposte in una sequenza neutra di colori putrefatti, di liquida maestosità diluita e corrotta. Lo spettatore vive nell’attimo della caduta lo spargimento di sangue. Qualche esempio di suono traumatizzante potrebbe essere:”Mass”, composto da diversi frammenti di opposta tensione che si sostituiscono con perfetta interscambiabilità a creare un universo di sonorità oblique e dilatate; ”F.A.H.C.H.E.F.” con l’antica danza REMA REMA e distorsioni sonore in primo piano. DIMENSIONE RUMORE? “Isn’t life nice ?”: dimensione rumore, materia viva e palpitante, profondamente scolpita nel subconscio di noi ascoltatori del vivere moderno. Misteriose danze attorno a fuochi magici in continenti perduti. Visceralità primitiva da moderne apparecchiature metalliche: sintetizzatori di Mark Cox intonano il canto delle sirene o urlano la depravazione urbana come già i SUICIDE.
CERTAMENTE MASS STA MANOVRANDO LE SUE ARMI PER LA GENTE MORTA…………..
(Walter D. per "W Las Vegas", 1981)

BAUHAUS

Mask (1981)
Dove sono finite le tenebre?
L’inutile luce ha inondato le loro menti, la sonda Bauhaus ha terminato il viaggio all’interno di noi stessi. Il suo macabro volto non è più così suggestivo come lo era prima. Le note rumore non scavano più il profondo e l’ignoto ma restano in superficie.Tutte le nuove canzoni sono potenziali 45 giri. Meno radicali i Bauhaus hanno forse gustato il sano lezzo del successo? Quello che posso dire è che brani come “Hair of the dog”, ”Dancing” o “Mask” (nemmeno brutta) non possono nemmeno pulire il culo a pezzi come “in the flat field” o “stigmata martyr", quando il brivido correva lungo la spina dorsale attraverso il midollo, per raggiungere e sconvolgere le onde cerebrali. I nervi si sono calmati, la chitarra suona in modo quasi normale. Forse però è giusto che un album come “In the flat field" sia irripetibile e unico nel suo insieme.
”Mask” nel suo insieme è noioso: canzonette.
(Mark Shenker per "W Las Vegas", 1981)

P.I.L.

Flowers of Romance (1981)
P.I.L., ovvero, la fine del punk. Ancora una volta johnny lydon ha fatto scuola e tra un paio di anni ci saranno molti gruppi che copieranno i P.I.L., così come adesso band che non contano assolutamente niente come U.K.SUBS, EXPLOITED, COKNEY REJECTS vogliono imitare i SEX PISTOLS e con la scusa dell’anarchia prendono in giro migliaia di giovani. I P.I.L. sono la non musica, la non melodia, la paranoia, la rassegnazione. Questo irlandese dai denti verdi che risponde al nome di John lydon è l’anti personaggio per eccellenza; niente atteggiamenti da divo, niente grandi interviste, ma solo l’essenziale: un disco l’anno e qualche concerto. A me basta così. L’immagine pubblica ti colpisce allo stomaco, senti la nausea che ti investe, hai voglia di vomitare: vomitare noia, disperazione ma soprattutto rabbia. L’immagine pubblica denuncia le contraddizioni della società moderna, denuncia un mondo musicale regolato dal business. Denuncia tutti voi stronzi che non amate i P.I.L. e vi gasate con della musica di merda. Mentre emergono mode idiote per sottosviluppati mentali (ska, dandy, ecc.) e mentre alcuni protagonisti dell’inizio punk come Adam Ant, Clash si convergono alla disco o al reggae (a proposito pare che Paul Simonon, scosso per la morte di Bob Marley, voglia proporre in concerto una versione di “Jammin’” della durata di 27 minuti !!!) John Lydon, con l’aiuto di Keit Levene, vero fulcro creativo del gruppo, continua per la sua strada fregandosene di tutto e di tutti e incurante dei problemi di carattere commerciale e di vendite. Poco tempo fa i P.I.L. hanno suonato al Ritz di New York e sono stai presi a bottigliate, a testimonianza del fatto che gli americani non capiscono un cazzo, rincoglioniti da coca cola, cocaina, televisione, hot-dogs.Ci sono grandi gruppi come D.N.A., MARS, PERE UBU e loro si gasano con STYX e Barbra Streisand. Moltissimi, ad es. DEAD KENNEDYS, sono costretti ad emigrare in Inghilterra per poter incidere un disco. A quando i DEAD REAGANS? Sono andato a vedere “The great r’n’r swindle" (ma che c’entra con P.I.L.: niente): è un film di merda. Mc Laren fa delle menate pazzesche ed arriva al punto di dire che Rotten è stato cacciato dai Sex perché era passato dalla parte delle case discografiche. L’unica scena un po’ decente (oltre naturalmente ai filmati dei concerti) è la scopata di quel porco di Steve Jones. Nelle prime file del cinema c’erano una ventina di ragazzi che si gasavano battendo i piedi e cantando: quelli stessi che nel ’77 odiavano i SEX PISTOLS e che ora hanno comprato “God save the queen”, ma che senso ha, ormai è preistoria! O addirittura il magni-fico cofanetto con tutti i singoli dei SEX (god save the stupids!). Inutile illudersi, oramai anche la new wave è diventata moda e come tale è destinata a tramontare. Fra un anno o due i giornali ci proporranno un altro genere musicale per la gioia delle loro casseforti e di quelle delle majors e noi gonzi abboccheremo. Ma come?!? Proprio ora che in tutti i negozi si trova la spilla dei SEX o il manifesto di SID? E che quel hardrocckettaro di Franz di Cocco, o di Cioccio, o di Ciucco o come cazzo si chiama, passa sempre il filmato dei POLICE?Nel frattempo non ci resta che dedicarci agli ultimi sopravvissuti al “lavaggio discografico”, gente come A.C.R., D.N.A., SIOUXSIE, P.I.L., PRAG VEG, DEAD KENNEDYS, NEW ORDER e qualche altro in attesa che Strummer canti:”the new wave can never die". Mi accorgo che sto divagando. Per non rompere più le balle, pianto lì.bye, bye.
(Lillo Lydon per "W Las Vegas", 1981)

WALL OF VOODOO

Dark Continent (1981)
“Ma anche la ripugnanza e il terrore sono talvolta forme di piacere”.
Al di là della consapevolezza corrente vi è qualcosa di potente e misterioso capace di elevarci dalla cerchia di idee in cui ci muoviamo ,qualcosa che scava nella nostra carne ,che libera i nervi dal groviglio di vene e arterie ,che li strappa alla morsa del grasso e dal giogo dei muscoli per farli vibrare al suono dell’oscurità. Ma questo qualcosa non è immutabile ,è soggetto a cambiamenti di tempo e viaggia lungo la curva spaziale alla velocità dell’uomo e del suo mondo .Cambia quindi il modo di esprimere i rituali propiziatori ,di iniziare i nuovi adepti a questa potenza misteriosa che è l’inconscio : regno della paura e del buio ,nera galleria che trapassa il nostro cervello .Questa galleria è occlusa da ragnatele ,disseminata di cadaveri ,le nostre illusioni ,immersi nelle melme delle nostre paure. Tanti sono i modi per entrare in questo cunicolo : una di tali vie corre lungo il muro del voodoo .Ridgway è al comando di un sabba di stregoni che usando tutti i metodi e mezzi messi a disposizione della tecnica moderna ,te ne apre le porte. Alla batteria e alle percussioni spetta il compito di liberare i nervi e di renderli pronti a ricevere gli impulsi elettrici del synth ,del basso e della chitarra .Sotto questi impulsi i nervi scatteranno ,ritirandosi e allungandosi ,vibreranno come impazziti ,pronti a ricevere le onde acustiche sparate dalle tastiere. Il tutto avrà l’effetto delle più veloci e distruttive emozioni ,troppo veloci per provocare dolore ,ma troppo forti per non lasciare il segno .Cammineremo lungo il muro del voodoo al ritmo di “Full of tension” e di “Me and my dad” ,ci immergeremo nella foresta dei pensieri accompagnati da “Back in flesh” alla ricerca dell’entrata segreta.
(Virgin, per "W Las Vegas", 1981)

CONCERTI: KILLING JOKE

CONCERTO KILLING JOKE - Milano, Rolling Stone Folk Studio 20/10/1981
I Killing Joke sono uno dei pochi gruppi la cui musica riesce a fondere perfettamente le selvaggie sonorità del punk più incazzato e distruttivo con suoni molto più raffinati e psichici, musica decisamente post-atomica e di una tribalità futurista, ma sempre profondamente umanizzata e, perciò, violenta. Detto questo mi sembra impossibile mancare al loro concerto milanese che si preannuncia essere un vero tour de force di elettricità e visceralità. E infatti le aspettative non vengono deluse: introdotti dal solito nastro registrato (in questo caso molto bello 9, danno inizio al gioco con grinta e determinazione: elettrificazione costante! Apro una parentesi sul Rolling Stone Folk Studio: è veramente un posto di merda (ex Studio 54 per disco people) e martedì sera il servizio d’ordine ha superato sé stesso dimostrando un’incompetenza e, soprattutto, un’incoscienza (vari pestaggi) uniche. La “danza di guerra" prende una forma reale e terribilmente tangibile tra i fumogeni e le botte distribuiti dal servizio d’ordine impazzito, terrorizzato dall’enorme massa distruttrice che si accalca sotto il palco, ma chi vuole divertirsi nel casino si diverte comunque, chi cerca forti emozioni le trova con il dark punk sound di K.J. LA MUSICA? Il meglio della mutazione, dall’inizio alla fine un unico, arrapante sussulto orgasmico. E’ inutile riportare l’ordine dei pezzi, potrebbero suonare così per ore e non rompere le balle. La massa comunque si gasa sempre di più con quello che conosce bene e così passano veloci e distorte “Wardance”, ”Requiem”, ”Change”, ”Follow the leader" e tutte le bellissime perle corrotte del primo album. “Enjoy yourself this is a new age": morire di divertimento, potrebbe essere la soluzione finale. Un suono teso, pulsante, stordente, rumore filtrato, finalmente da toccare non da sentire.
Il gioco che uccide sta corrodendo la città.
(Walter D. per "W Las Vegas", 1981)

venerdì 16 febbraio 2007

JONI MITCHELL

Hejira (1976)


Ho amato questo disco.
Amarcord, si, mi ricordo!
Ha segnato per me il passaggio all'ascolto di sonorità diverse da quanto ascoltato prima.
Eh si, c'era un altro mondo fuori dalla "west coast", fuori dal "prog" (allora "pop") e fuori dal "glam" e british rock'n'roll.
Allora ero studentello liceale, chitarra & birra, cantautori & miti americani; non avrei mai pensato di avvicinarmi a qualcosa di così "aristocratico".
Prima di questo ascolto, i miei sentimenti verso i dischi si erano limitati al trasporto per le melodie, i riff, le belle voci etc...
Non avevo ancora amato nessuno, ma soprattutto nessuno mi aveva ancora accarezzato l'anima ed il cuore così delicatamente.
Da qui, ho iniziato ad amare.
Ed oggi, maturo pensatore con poco tempo per pensare, ho capito che con questo disco è iniziato un percorso sentimentale verso tutti i miei amori musicali, lunghi ed importanti: un decennio a testa, per lei, per Patti Smith, per PJ Harvey.
Sono tre, tre dee in trent'anni, ma ad ognuna sono stato fedele, sempre finchè è durata.
Beh, è solo un disco...ma un disco che ti fa innamorare, senza che tu te ne accorga; proprio come tutte la grandi storie.
Ogni traccia è un percorso in un sogno diverso, e la tranquillità che mi infondeva questo disco era di quelle che non dimentichi e da cui non vorresti mai uscire.
Per l'artista, questo album segnava una svolta verso percorsi più jazz; per me era la scoperta di suoni più delicati, tecniche più impegnate ed atmosfere più signorili.
Non solo i suoni; soprattutto la maniera di suonare!
Il basso di Jaco Pastorius l'ho scoperto qui.
L'insolito contrappunto all'armonica di Neil Young è stata una rivelazione.
Gli accordi aperti su suoni felpati erano qualcosa di emozionante.
Non riesco a dire altro: bisogna sentirlo per cogliere la qualità delle emozioni che trasmette.
Si, non c'è molto altro da fare: bisogna sentirlo.
(Nello Baffetti)




2 >>>>>>



Un disco ti colpisce al cuore quando, come un libro od un film, ci trovi dentro qualcosa di te. Ma è difficile parlare di un disco così, per un pudore mai sconfitto nel parlare del privato, del personale, delle proprie emozioni, e per evitare di cadere nell’ovvio, nella retorica, una esposizione falsa di emozioni mai vissute. Eppure questo è uno di quei dischi che ti/mi accompagnano per tutta la vita: nei vent’anni dei sogni e delle speranze, nei trenta dei grandi problemi da affrontare da soli,nei quaranta delle disillusioni.
Ci sono momenti in cui ti crolla il mondo addosso e ti senti tirar giù verso gli abissi ed allora cerchi riparo in qualcosa di sicuro, sia esso un amore, la famiglia, oppure si, un disco, quel saper darti la tranquillità e la forza, la speranza e la sicurezza.
Troppo per un disco? Forse si…o forse no.Ancora oggi quando ascolto “Furry sings the blues” mi vengono i brividi, ma è tutto l’album che mi emoziona, il senso di un viaggio verso una meta sconosciuta che altro non è che un viaggio dentro sé stessi alla ricerca di quel qualcosa che forse non troveremo mai.E musicalmente è il perfetto incontro tra stili diversi che si integrano perfettamente attorno alla voce elegante ed intensa di Joni Mitchell: il country/folk,il blues ed il jazz, anche se quest’ultimo verrà esplorato più direttamente qualche anno dopo grazie all’incontro con Charlie Mingus cui farà seguito un album ugualmente bello ed affascinante.
E allora spengo la luce, accendo il lettore e ripeto un rito che si consuma ormai da 30 anni: acolto musica per il cuore.
(Lillo Lydon)

sabato 10 febbraio 2007

CONCERTI: Twilight Singers & Afterhours

Twilight Singers e Afterhours. Milano, Alcatraz 10/02/2004
Mi piacciono molto gli Afterhours e stasera giocano in casa, ma lo confesso sono qui per lui, Greg Dulli, uno dei miei preferiti sin dai tempi degli Afghan Wighs.
Il locale è strapieno, ma grazie ai buoni uffici di Andrea, già collaboratore della Mescal che organizza il concerto, abbiamo 2 pass. In qualità di ospiti i Twilight Singers iniziano per primi ed io vado subito in estasi: brani dell’ultimo album, qualche classico degli Afghan ed alcune cover, rielaborate in stile Dulli. Chiaramente i suoni sono diversi che non su disco e l’ambientazione, una discoteca strapiena, non è secondo me l’ideale, me li immagino in un piccolo club dove ci sia quasi il contatto fisico.
Nonostante questo riesce lo stesso ad emozionarmi, cantando con una passione ed un trasporto incredibili, la voce sempre calda nonostante gli abusi di sigarette ed alcool, e ricrea le atmosfere degli album quasi fosse un concerto solo per me.
E quando per ben 2 volte l’impianto si blocca, lui non perde la calma e riprende a suonare senza atteggiamenti da pseudo-star o da cazzone, il pubblico, quasi tutti lì per gli Afterhours, apprezza ed io decollo.
Segue il concerto di Manuel Agnelli e soci, un po’ troppo atteggiati a idoli di casa, compresi microfono rivolto al pubblico per i cori, ma comunque sempre validi sul palco.
Il bello però viene dopo perché grazie ai pass riusciamo a salire sul palco e vedere l’ultimo pezzo di concerto a contatto con i musicisti.
Greg Dulli si aggira con bottiglie di vino e abbraccia chiunque si trovi davanti, noi compresi, e soprattutto la batte a qualunque forma di vita che assomigli ad una donna.
Ma appena imbracciata la chitarra torna il cantante di sempre e chiude il concerto assieme a Manuel con una versione di “I wanna be your dog” da brividi, compresa capriola finale sulla batteria che viene completamente distrutta.
Inimitabile.
(Lillo Lydon)

venerdì 9 febbraio 2007

BLONDIE

Parallel Lines (1978)
Il primo disco, la prima chitarra, la prima musica, il primo amore.
Era il 1978, 12 anni, nessun interesse per la musica.
Eppure quella copertina, quel disco esposto in un vecchio negozio alla fermata del pulmino, l’eleganza dell’immagine, il nome sensuale e la sua bellezza.
Stupenda.
Un sogno.
Così è cominciato tutto, e poi Ramones, Velvet Underground, MC5 e New York Dolls, il primo Rockerilla e le notizie dal CBGB’s.
Che culo ho avuto…..e se mi fossero piaciuti i Bee Gees?
Meglio non pensarci.
(X)

mercoledì 7 febbraio 2007

PJ HARVEY

4 Tracks Demo (1993)
L'acqua che sgorga dalla sorgente
è più pura di quella che arriva al mare.
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C'era bisgno di questa banalità?
Questo album contiene (oltre a qualche capolavoro) le versioni originali di buona parte dei pezzi contenuti in "Rid of Me"
(prodotto da Steve Albini).
A questo punto l'assioma in apertura, per quanto banale - appunto - si traduce nel
Primo Postulato Della Musica Rock:
"non sempre una produzione importante, migliora la qualità del prodotto".
In sostanza: l'arte di Polly Jean non è filtrabile.
E' diretta, è viscerale, è pura.
Io mi sono inchinato di fronte al suo talento... tutti facciano lo stesso!
Adesso.
(Nello Baffetti)

PJ HARVEY

Rid of Me (1993)
Bellissimo album...fantastico...rude...rock...
poi ho ascoltato "4 Tracks Demo"...
(Nello Baffetti)

PJ HARVEY

Dry (1992)
Finalmente.
Da quanto tempo non si sentiva un'artista così?
Lo stomaco del rock, il suono meno politically correct ascoltato negli ultimi anni, la voce più abile e trasgressiva, più profonda e piacevole.
La grinta si sente, e si intuisce subito che non si esaurirà nel tempo.
Oh My Lover apre le danze e ci troviamo subito di fronte ad un avvertimento: sono così, suono così e se non vi piace, non ascoltatemi.
O Stella: esaltazione senza vergogna di qualche sorta di home-rock che ci delizierà ancora ed ancora nel corso degli anni.
Dress: una delle canzoni più belle scaturite dall'anima di chi pensa di raccontarci il rock in questa maniera. Tra le 100 da portare sulla nostra isola deserta.
Victory: voglia di suonare, minimal-pensiero e verve smithiana.
Happy and Bleeding: viva la mestruazione. Sfacciataggine e coraggio sciolte nella semplicità.
Sheela-na-gig: torniamo all'anima, al suono che esce da una chitarra suonata "dentro".
...
Mi fermo qui.
E' necessario ascoltarlo.
Subito dopo "Horses" nell'olimpo delle dee.
Che si dia inizio alle celebrazioni in onore della sacerdotessa.
Un sacrificio umano in suo onore non sarebbe fuori luogo, almeno una vergine una volta l'anno.
Per tutti gli anni a venire.
(Nello Baffetti)

martedì 6 febbraio 2007

LOU RHODES

Beloved One (2006, Infinite Bloom Record)
Dalla tecnologia dei Lamb al folk primordiale è sempre la voce di Lou Rhodes a farla da padrona, qui in ballate a metà tra Fairport Convention e Joni Mitchell.
Spogliata dai loop elettronici e dai breakbeat di Andy Barlow, emerge il talento compositivo dell’artista che ci regala uno straordinario disco d’esordio in cui la sua anima folk esce allo scoperto: strumentazione scarna, limitata all’essenziale, chitarra archi e percussioni, e la voce, ora cantata ora sussurrata, nella quale convivono grazia e forza.
Canzoni che hanno il potere di avvolgerti piano piano, in un clima surreale, un autunno nelle campagne inglesi, di non immediata presa sull’ascoltatore poiché si tratta di un disco molto intimo e malinconico, ma anche passionale e soprattutto sincero.
Niente virtuosismi strumentali e nemmeno magie da studio, ma piccole gemme da ascoltare davanti a un camino, con un brandy in mano e gli occhi chiusi…ma il cuore aperto.
(Lillo Lydon)

venerdì 2 febbraio 2007

A CERTAIN RATIO

The Graveyard and the Ballroom (1979)
Il mio gruppo preferito ai tempi della new wave.....
Un misto di Joy Division e Pop Group,f unky grigio, basso nevrotico, una tromba sospesa nel vuoto ed una voce che riprende il lamento di Ian Curtis. Capelli rasati, bermuda e camice nere che li portò ad essere accusati di simpatie fasciste, poi rivelatesi infondate.
Il cd è una ristampa della cassetta, perché uscì solo su nastro, del 1979, con una parte in studio ed una registrata live al Ballroom.
L’impianto ritmico, basso-batteria è fenomenale, un funky claustrofobico in cui si insinua una tromba che ti taglia in 2, a volte alla deriva verso un suono jazz, comunque quanto di più eccitante ci fosse in quel periodo.
Furono per l’Inghilterra quello che i Talking Heads rappresentarono in America: avanguardia sperimentale e ricerca di nuovi suoni.
Visti live all’Odissea 2001 non perdevano forza e ritmo a testimoniare di un impianto sonoro validissimo.
Adesso possiamo ammetterlo: il punk fu, a livello musicale, quanto di più conservatore ci fosse, legato com’era alla musica fine anni ’50-anni ’60 americana, ai 3 accordi alla Chuck Berry. Il vero cambiamento musicale avvenne subito dopo, quando il punk, prigioniero del suo purismo e del suo integralismo, scivolò in un movimento politicizzato e violento e vennero nuove forme musicali legate a suoni industriali, scuole dell’arte, tecniche di suono e mixaggio, contaminazioni tra generi.
In Inghilterra ci furono Throbbing Gristle, Pil,Pop Group, Xtc, Gang of Four, Cabaret Voltaire etc. mentre in America dopo Talking Heads, Pere Ubu, Devo, Television arrivò la No Wave con Lidia Lunch, Mars, Dna, Contorsions, Lounge Lizard.I
n 4-5 anni fu un fiorire di gruppi ed idee nuove che cambiarono per sempre il panorama musicale……
ed oggi?...

(Lillo Lydon)

giovedì 1 febbraio 2007

TALKING HEADS

Fear of Music (1979, Sire)
Un genio, David Byrne era un genio.....
Ricordo (?) quando uscì quest’album, i Talking Heads erano parte integrante della scena di New York legata al Cbgb e al Max’s con Television, Patti Smith, Blondie etc (e sotto lo sguardo vigile di Brian Eno che influenzerà non poco questi artisti), con questo disco virarono decisamente da un suono basato su nervosi riff di chitarra sempre senza assoli e le spigolose melodie cantate da Byrne ad un sound molto più articolato, andando a fondere elementi di musica africana, soul,funky elettrizzato alla Funkadelic sempre uniti alla sincopata voce di David Byrne.
Ascoltate a distanza di tanti anni il brano di apertura “I Zimbra” o “Life during wartime”: basso potente, andature sghembe, alti e bassi, percussioni tribali, chitarra tagliente ma solo come accompagnamento, taglia e cuci, drum’n’bass, funky, disco music, world music, un puzzle sonoro geniale e irriverente che gioca a stupire, oppure Byrne a cantare una improbabile ballata, ”Heaven”, con la voce a scatti ed il basso che quasi si sovrappone alla voce.
E per concludere il disco“Drugs”, allucinante, lenta, ipnotica, alterazione musicale che sembra girare in tondo senza meta come un labirinto.
Ho consumato di ascolti il disco, poi per alcuni anni l’ho abbandonato, adesso l’ho riscoperto, attuale e divertente, ed ancora di più lo apprezzo; è un capolavoro assoluto e molte band attuali (Franz Ferdinand, Rapture, Interpol e altre…) hanno un debito di gratitudine con i Talking Heads; che l’anno successivo avrebbero pubblicato “Remain in light”….ma questa è un’altra storia.
(Lillo Lydon)